|
Sei giorni e sei secoli
di mrka |
Lo seguivo da sei giorni. Lo vedevo fermarsi nei bar, incantarsi davanti alle vetrine, chiedere informazioni, perdersi nei vicoli. Il mio mestiere era quello, una volta. Stare nascosta, in ombra, aderente a una roccia. Fatta di vetro, precisa nella mia trasparenza, ricamatrice di piccole note.
Stronzate. Il mio capo lo odiavo. Era un folle, mi affidava i casi più disperati, quelli più assurdi. Mi sorrideva con quel suo muso da gatto grasso. Uno di quei gatti da fiaba gotica, da illustrazioni su carta velina. Un gatto con centonove denti gialli e un culo sprofondato su una poltrona. Guarda, potrei confessarti cose incredibili, svelare i particolari: dirti che quella poltrona era cucita con schiene di amazzoni, era fatta con polpacci di bambini. Lo seguivo da sei giorni. L’uomo a puntini era su tutti i giornali, era incompiuto, scappato da chissà dove. Nessuno era mai riuscito ad unire i punti. Tutti i grandi esperti di enigmistica ci avevano provato, ma quello non era un caso semplice. Era patetico nel suo vagare disperato, nel suo chiedere soluzioni definitive. Datemi un nome, datemi una forma. E io lo guardavo da tutti i lati, prendevo appunti, facevo schizzi sui miei quaderni. Lo disegnavo ripetutamente, scattavo fotografie. Con quella bocca sospesa, una cicala. ma no, guarda quelle ali. E’ femmina, è chiaramente una farfalla. Unisci il punto 1731 con il 1732, sciocca. Ma quali ali, quella è una barca in piedi. Una barca che cammina. Fandonie. Guardatelo bene, fra la gente, guardate i suoi occhi molli. Guardate quei bottoni tondi e gelatinosi. due buchi di materia, di blob prugna. Due grumi disarmonici incastrati in un castello arioso di puntini e numeri. Un corpicino disavvezzo al tatto, alle scosse, agli abbracci. Un deflusso di segni di penna, di scarabocchi. Un disegno inseguito da invasati disposti a tutto, pur di risolvere il caso. Pazzi armati di manuali e di penne. L’omino a puntini era un castello di carte, un brodo di stecchini, origami pensato e mai realizzato. Eppure certe sbavature di penna avevano la dignità e la consistenza delle vene, dei nervi, delle articolazioni. Sembrava quasi di sentire i respiri, il rigonfiarsi dei punti. Il dilatarsi della carta.
Ti raccontai la storia dell’uomo a puntini, il giorno del nostro primo incontro. Ricordo tutto alla perfezione. Tu eri appoggiato a quel bancone, avevi una mano sulla bocca e il collo della camicia era arrotolato. Il tuo colletto sembrava avvolto in un bigodino gigante. Parevi uscito da uno di quei film in bianco e nero, pronto a bestemmiare e a masticare tabacco. Volevi sapere la fine della storia, volevi dare una forma all’omino a puntini. Ma io niente, perdevo tempo, ti parlavo dei motivi che mi avevano portato lì. Ti parlavo del mio grasso capo, del fascicolo che avevo studiato tutta la notte, prima di incontrarti. E poi la storia dell’omino a puntini non aveva soluzione, nessun colpo di scena. una grossa delusione. Ma torniamo a noi, al nostro primo incontro.
|
Io mi ero lasciata andare a un sospiro, tu mi guardavi di striscio, con un solo occhio, io desideravo spostarti i capelli e scoprirti interamente il volto. Facevo finta di niente. Ti mostravo la videocassetta che avevo preparato, ti stupivo con il grosso fascio di carta che portavo sotto il braccio. Avevo tutto. Tu volevi sapere i particolari, tutte le cose che erano state dette sul tuo conto, in tua assenza. I commenti alla tua nascita, la registrazione fedele e originale del dialogo fra i tuoi genitori. Va bene. Eccola. Tutti i commenti delle maestre, la videocassetta con il filmato di due ragazze in golfino di lana, ragazze che correggono compiti e ridono. Volevi le confidenze fatte da tua sorella alle sue amiche. Bene, ecco bambine con lo smalto rosso che si sussurrano cose, su un grande letto sotto una coperta di lana verde. Bambine che si dicono cattiverie, bambine che parlano d’un fratello stupido, d’un maschio sempre sudato, incapace di correre. Era un filmato lungo, faticoso, un filmato al presente. Perché non era passato, ti avevo avvisato. Non illuderti, quelle bambine non sono cresciute. Saranno sempre qui, dopo la visione della videocassetta. Volevi i commenti fatti alle tue spalle, a quella festa dei diciotto anni. Bene. Zie, lacrime, regali, segreti, canzoncine, cagnolini, porte sbattute, lettere, influenze, vacanze, biciclette, esami, baci, lavori, naftalina, libri, fotografie, scopate, film.
E io ti guardavo, guardavo la tua faccia bagnata dai colori del video, sentivo le frasi dette dal tuo migliore amico, quelle vomitate dalla tua prima fidanzatina. Le telefonate fra tua moglie e sua madre, fra tua moglie e il suo amante. Tu ridevi, poi a tratti piangevi. Io pensavo all’uomo a puntini, alla sua fuga nella città, al suo passato senza forma. Guardavo il diario segreto di tua moglie, così infantile, con quella copertina rosa. Tu leggevi i messaggi nel suo cellulare, quelli vivi, quelli del suo amante. Leggevi la sua bocca, aperta alla lettura, chiusa in bagno, sorpresa di felicità. Ti seguivo da sei secoli. Ti vedevo ridere nei bar, annoiarti davanti alle vetrine, dare informazioni, correre nei vicoli. Il mio desiderio era quello, una volta. Non stare nascosta, in ombra, aderente a una roccia. Fatta di sangue, confusa nel mio caos, ricamatrice di piccole storie. Stronzate. Io ti amavo.
|