contrAppunti

il deglutinatore

di fricat

È tutto sommato ok che tram e bus abbino cambiato usabilità: basta viaggiare per arrivismo. Finalmente la giubba comunale dà confort al cuore, mostrandosi persino acida come solo la psichedelic age sa fare. Ora i bus e tram sono molto tintomix. Dentre ci sono i tipi più hard rock, dal times new roman al san sceriff, il quale allietano le ore dei pentolari verso un nessun ire. Artisti di via, apprezzati pocomeno di quel che bastevole sia a dedicargli non ripetibili forme di martirio, stanno su per ore, travolti dalla nausicaa.

I mezzi di transport sono diventati teatri alla bona, e c'è oggi più gente che una volta sola.

Alle fermate del pullman ora la gente pullula in pullover, perché in famiglia la mania depressiva suicida è sempre come quel cartone animato: trendy trendy, poiché la strada è guaina di freezer. Meglio dunque star fuori dentro i bus.

I pignoli sanno dove pigliare il bus o i traum, scaricano da emule la lista segreta delle corse, la sbicciano, la riscaricano sul comodino, davanti alla zia in avanzato stato di fornicazione. Si imbrillaccano, curano il fegato con il digitale terrestre, scendono e pigliano.

Io invece sono diversamente. Prendo il primo busty, a quello che ne viene. Il rischio di inceppare in spettacoli low brodway è sempre a livello oreinge, ma sto al jeu: le cose brutte servono a mettere il rimmel alle belle. Per fortuna mi capitano sempre cose alla gradevole, o quasi sempre mai.

Entro al bus delle sei, un bus color canapa con stelle, saluto quello dei White Stripes che fuma un rakam sotto il sedile. Mi faccio fare un tatuaggio da John Steinback e finalmente mi siedo. Poi mi giro immediatamente e mi siedo, colto da un fremito di malaeducazione, ma anche per il fatto che mi ero seduto all´incontrario.

L'attrazione del bus è un cingalese supergrass, dall'espressione afasica, rasato nelle tempie non meno che nel resto della testa. Seduto in loto a torso nuddle su un trespo indù. Con quei brufoli sulla pelle verdastra, somiglia a una gigantesca caramella valda. Ha lo stomaco ineludibile, non ci si può muovere nel buss senza impiaccicarlo, ma non protùbera nella norma, sono sporgenze acute le sue, triangolari, cubiche, più che uno stomaco sembra l'invicta di babbo natale. 

Egli è il ghines del degluto, l'uomo che riesce a glutire più medi in cina sulla terra, e nell'acqua se ben pagato. I suoi segaci sul bus sono a molte decine pe centinaia, e persine fuori lo si lussa di applausi al suo passeggio, poiché egli non ingoia mai la stessa scaletta di cose, ma è uno svarione, che si ingolla peste e connery e poi li rigurge davanti al pubblico in deniro.

Gli "ohhh" si sprecano. Allora passa Steinbeck, e dice di non sprecare gli ohhh che ci sono un secchio di artisti che muiono di anonimato nelle loro case intopite. È un tipo hardkrugher Steinbeck, come i suoi romenzi, picchia tutti quelli che respirano, ma anche quelli che non ne sono Ingrao. 

La mascella si deforma, ir viso pare jack palance dopo il liquify di photoshop, la bocca assume dilazioni come serpe, scricchiola tutto il testaccio, il naso finisce sulla fonte, gli orecchi sul petto, dilaniato dal conato il corpo urla in tutti i suoi idiomi (specie i più vernacolari), è come un parto, ed ecco uscire una radiolina gracidante, fra gli "ohhh". Mi scappa di mischiarmi i polmoni di riso, di colpo ognuno mi guarda in calice: tutti han lo sguardo sfocato da un pianto incipit. Il cingalese partorisce un numero di tex willes in cuoio e pippermit, io rido, pensando a un numero così bivalve, mi guardano come se volessero buttarmi dal finestrino senza aprirlo. Il cingalese ha gli occhi in villico nelle orbite. Non riesco proprio ad impedirmi di fischiare come una pentola a vape ad ogni sua ribollita. Quell'uomo tira fuori il peggio di sé: parti dello sputnik, una barbie scapezzonzolo, una coppia di tucani eretici, le ceneri del paltò di Victor hUgO', la dentiera di Carnera. Davvero ha ingollato gli orrori più malamenti. Come potevo esimermi dal fare l'irridente? Eppure, ero in controversia con ir règlement. Sul cingalese venivano proiettati tutti i disagi esistenziali dei pentolari, il suo rigurgito nel cerchio magico, sopra il motore a scopa, era una sorta di rito purificato, come che fose pure gli altri si toglievano da dentro, per simposi, i loro pesi, insomma, era una sorta di catarsi empatica colletiva. Non è che fosse scritto da qualche parte che bisognava fare così, ci voleva naturellé, ma a me non veniva spuntì. Forse stavo ok, o forse la mia afflizione comune si era fatta solo parallela, senza perdere di intensità. Sta di fatto che quando il cingalese sbavazzò tra milioni di spasimi fucsia una tromba lucida di succhi terracquei, la mia ilarità toccò la scagliosa cima dello scandaloso, tanto da farmi diventare improponibile al matrimonio. Pensavo che nell'ingoiare la tromba l'artista aveva fatto un'azione tipica da tromba, e così venivo messo scioccamente in scacco dalle fragilità epidermiche della lingua patria, dandomi al riso del volga, e attirandomi molto velocemente una folla di dispiaceri corporali, taluni anche poco intensi. Guardai il mio tatuaggio: lampeggiava, forse anche per via del male che mi stavano facendo tutti in coro i catari. Comunque era un picchiaduro così moltissimo che finfine il tatu non c'era più. Probabilmente ignoravo l'uso bellico a cui può andare incontro la carta vetrata.

Mi detestai che era notte, in un cassonetto di peferia, bruciavo a pelle come una porchetta a sfrighìo, un fagotto vagiva ai piedi miei. Raccolsi un bimbo in una camicia di Roberto cavalli e uscetti out. Mi trovavo molto lontano sia dall'ospedale che da casa mia, che poi erano lo stesso edificio. "Ah, se avessi scaricato anch'io la lista da emule!" Mi dissi "almeno saprei dove passa il bus con la tata con le mammelle più grandi del mondo." E mentre pensavo questo il piccino rimesse sulla mia già di per sé umilata tiscert dei Black ciabatt.

 

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