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il tempo di uno standard ben suonato
di gaetano vergara |
Annoiato, il vecchio pianista suona una nota dietro l’altra con la testa curva e dondolante sulla tastiera. Non si mangia con la testa nel piatto! Resta dritto! Me lo dicevano sempre, le monache, nei lunghi pomeriggi del refettorio. E poi mi davano buffetti sulle guance rigonfie del boccone che proprio non riuscivo a ingerire. Un buffetto a destra, sul rigonfiamento destro. Un buffetto a sinistra, sul rigonfiamento sinistro. E ancora, di nuovo a destra e a sinistra, a destra e a sinistra, mentre gli altri erano nel cortile a giocare.
Ora risuona nell’aria un accordo di settima e una pausa. La cantante comincia a intonare una nota lunga. Gli viene dietro la tromba sordinata e un applauso stanco. Io non applaudo, ma mi piace tenere questa colonna sonora sotto i pensieri. Quasi quasi ne bevo un altro e sorrido. Mi vedo nascondere il cucchiaio sotto il tavolo e buttare via un grumo di pasta collosa. Ma questi maledetti maccheroni non vogliono venire via dal cucchiaio. Una suora mi vede armeggiare sotto la tovaglia. Un’ora di castigo, in piedi dietro la lavagna con le mani in testa ed il rimorso per i poveri bambini neri che non hanno di che mangiare. Ma che caspita me ne frega a me dei bambini neri, che loro magari non c’hanno cape-di-pezza tra i piedi e scorrazzano per la savana tra leoni ed elefanti! Beati loro, i fottuti bambini neri, che poi si fanno grandi e percuotono le pelli delle batterie e soffiano divinamente nei sassofoni ricurvi. Diventeranno tutti jazzisti di fama, e io resterò tutta la vita seduto, come ora.
La tromba sembra un barrito. La cantante ansima sotto i colpi delle note che squillano dall’ottone. Il guaio è che ora Barbarella starà giocando con Marco, mentre queste stronze mi tengono attaccato al tavolo.
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Che gusto ci troveranno a ingozzarmi come un maiale? Maledette porche zitelle di
merda! Spero che il prete faccia lo stesso con loro quando si chiudono in sacrestia. Spero che le attacchi alla sedia e le bastoni con la croce di legno.
La cantante sussurra il suo canto con le labbra attaccate al microfono e io, per un lungo momento, vorrei essere altrove. Magari tra le sue cosce sode. E invece sono ancora avvinghiato a questo tavolo. Vorrei avere il coraggio di alzarmi e buttare via tutto. Vorrei mandare a fare in culo quelle odiose cape-di-pezza e correre tra le braccia di Barbarella. Strapparla da Marco e dai suoi sorrisi a quaranta denti. La travolgerei con un bacio mentre incalzano le note. Come nei film alla tivvù.
Incalzano le note della tromba all’unisono con la voce. Il vecchio pianista stende un tappeto di accordi. Sembra riconquistato alla vita. Bevo d’un sorso tutto il bicchiere. Mi alzo. Travolgo i tavolini. Tutti mi guardano attoniti. Nel tragitto afferro una bottiglia da un tavolo e la scolo. Mezza in gola, mezza sulla giacca e i pantaloni neri. Il trio continua a suonare, ma mi sento i loro occhi addosso. Tutto il cortile guarda me. Quello che resta sempre in refettorio perché non è capace di mangiare da solo. Mi butto tra le sue braccia e piango fino a che cadiamo entrambi al suolo. Il trombettista lascia penzolare la cornetta lungo la sua gamba e resta immobile. Il vecchio pianista ride di gusto e continua a suonare.
[Libera improvvisazione sulle note di “The End of a Beautiful Friendship” (di Donald Kahn e Stanley
Styne), registrata a Montreux nel 1986 da Carmen McRae (piano e voce) e Dizzy Gillespie
(tromba)]
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