contrAppunti

Il dove

di laura narcisi

Ancora non riesco a muovermi. Cerco di recuperare un paio di coordinate nello spazio: appoggiata sulla cassapanca riconosco la mia chitarra. I cd sparsi un po’ dappertutto. Un uomo ragno in miniatura sta per spiccare un balzo sfruttando come trampolino l’ “urbis et orbis” aperto a tegola sulla scrivania. Un fine nobile per una grammatica di latino…
La consapevolezza mi raggiunge con un ghigno. Oggi è giovedì… l’interrogazione di latino. Mi si forma nella mente l’immagine d’una guerriglia sanguinolenta in una foresta impenetrabile, tutta agguati, imboscate, tranelli mortali, sortite improvvise, morti eroiche e diserzioni, dove il Nemico mostra il volto di un bobby londinese armato di temibile manganello.
Potrei simulare un aneurisma cerebrale , la chiamata alle armi, un ordine di quarantena per sospetto caso di Sars. Si… e poi chi lo sente il preside? Per non parlare di mia madre.
La colazione mi viene servita su un piatto freddo. Una ramanzina ufficiale ripetuta e stanca. I capelli troppo lunghi, la barba non fatta, hai ripassato? Non vorrai mica uscire conciato così! E non fare quella faccia… quando avrai dei figli… allora sì, vedremo!
E chi li avrà mai dei figli? L’argomento non verrà esaminato, né domani, né il secolo seguente. Riesco a star dietro a malapena a me stesso, figuriamoci ai figli. Con moglie e casa in allegato, oltretutto. E poi i ragazzini sono dei mostri.
Mi dirigo verso la fermata della metropolitana. Davanti all’edicola sto ancora snocciolando le orazioni di Cicerone che, dannazione a lui, non ricorderò mai tutte. Mi ritrovo seduto di fianco a un turista. Biondo platino, alto due metri e dieci, con la circonferenza toracica di una quercia, e con la solita divisa: scarpe da imbranato, bermuda cachi e maglietta. Non importa che fuori ci siano 8 gradi e piova. Divertito dalle mie stesse stupidaggini, mi metto a ridere. Devo sembrare un po’ fuori perché un ragazzino, di fronte a me, mi guarda perplesso. Tanto per calarmi nella parte del giullare, mi metto a fissarlo con l’espressione persa di uno fumato. Bell’alzata di ingegno.
La nonna al seguito del ragazzino cerca di rassicurarlo davanti alle anomalie del sistema.
- Vedi cosa succede a quelli che non studiano?
Beccati questa.
Le mie giornate hanno l’entusiasmo d’un viaggio allucinante. Un’emozione dopo l’altra: tutti i giorni nove fermate andata e ritorno in compagnia del mio zaino. Figo. Ma è davvero tutto qui? Tutta la faccenda, lo stare qui. Il dove. Quella che la gente chiama la vita. Una parola che fa venire in mente gli eroi, i vecchi o gli invasati di religione. Ne parla chi sta per morire e la chiama cosi, la mia vita. Oppure tutti quelli che non ne hanno una ma la pubblicizzano a destra e a sinistra. Anche mia madre, adesso che ci penso. Cosa farai mai nella tua vita? Nel 2005 non si spaventano più i bambini con l’orco. L’orco è divertente. Gli si sventola davanti l’orrore di “cosa farai nella tua vita?”. E che ne so. Ma cos’è quest’ansia di programmare tutto? Come se decidere cosa faremo servisse a chiarire dove ci troviamo. La mia fermata. Scendo. Mi avvio sulle scale mobili, lunghissime.
Incontro lo sguardo un po’ schifato della Brandi, la prof. di matematica per definizione. Mi saluta con un cenno, più che altro ha registrato la mia presenza. Una volta m’ha confidato d’essere giunta alla conclusione che la scuola non è il posto per me. Bella scoperta. E poi l’idea che passi il tempo a ragionare su dove mi dovrei trovare mi suona incomprensibile. E anche inquietante a dirla proprio tutta. Decido di fingere un minimo di serietà almeno fino all’ultima ora. Mi tocca. Sono arrivato: IV D.
Eccoli. Ci sono già tutti. In momenti come questo realizzo quanto mi assomiglino. O io assomigli a loro. Non so decidere se la cosa mi spaventi o mi rassicuri. Rimango in bilico. Il mio dove si trova a metà. Un continuo oscillare dall’uno all’altro. Dovrò farmene una ragione prima o poi.
A questo, invece, non mi abituerò mai. Quando mi chiamano. “Prof.”

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