contrAppunti

Domani, nella battaglia, pensa a me

di giorgi

“Cioccolatini per tutti!” esclamò Irene entrando nella stanza delle terapie con una scatola infiocchettata.
Le infermiere la presero in consegna e la aprirono scherzando, alcuni pazienti sorrisero, qualcuno finse di non sentire, continuando a fissare la flebo ancora quasi piena. Irene andò a sdraiarsi sul lettino libero, si scoprì il braccio pieno di lividi, lo ricoprì subito, scoprì l’altro. “Gabriella, per favore, guarda un po’ dove riesci a mettere l’ago, sono diventata un colabrodo.”
“Non sei messa tanto male” la rassicurò l’infermiera infilandole l’ago nel braccio. “Sai, sono proprio contenta per te” aggiunse poi sorridendo e battendo sulla spalla di Irene con la mano aperta.
Si affacciò il dottor Z., con la solita aria svagata e le mani scarabocchiate a penna. “Cosa c’è, un festino?” domandò adocchiando il vassoio aperto e le bocche piene. “Vi state sempre a lamentare per la nausea e poi v’ingozzate di cioccolata … Che pazienti sciagurati! Sei tu la colpevole, lo so.” E col dito puntato si avvicinò al lettino dove Irene stava sdraiata, il braccio disteso e la pancia e il petto che sussultavano, scossi da risate che non ricordava più di saper fare. “Ricordati che siamo sempre in un luogo di dolore” le sussurrò il dottore chinandosi su di lei. Le scostò un auricolare e se lo portò all’orecchio: “Cosa ascolti oggi? Di nuovo Haendel?”
“No, oggi non ne ho bisogno”
Quando si era portata il doppio cd del Messia aveva scoperto che il suo oncologo era anche lui appassionato di musica classica. Poi era venuto fuori che stava leggendo il Capitale e che stava pure studiando la filosofia Zen. Durante le visite, dopo aver aggiornato la cartella clinica, si erano scambiati consigli di lettura: lui prendeva appunti sul palmo sinistro, lei gli allungava in fretta il suo taccuino per impedirgli di scarabocchiare sul retro della ricetta. Si sarebbe vergognata ancora di più l’indomani, in fila davanti al bancone, se il farmacista avesse pure letto Domani nella battaglia pensa a me dietro alla prescrizione di quelle medicine costosissime che, detto per inciso, fortunatamente il Servizio Sanitario passava.
“Ah, Mozart!” sospirò il dottor Z. risistemandole l’auricolare. Quindi si voltò, allontanandosi dal lettino diede una rapida occhiata in giro, allungò una mano sul vassoio e si mise in tasca un paio di cioccolatini. Sparì nell’altra stanza, canticchiando e agitando le mani come un direttore d’orchestra.
Irene rimase sola.
Erano cinque mesi che frequentava quel “luogo di dolore” che lei aveva sempre avvertito piuttosto come un luogo di passaggio. Un camminamento, una trincea. Una sottile linea rossa, difesa dai cavalli di Frisia delle flebo.
Gli altri pazienti erano quasi tutti anziani, gli uomini scostanti e spaventati e apparentemente sempre sul punto di disertare, assai più delle donne, che, sfrontate, indossavano cappelli vezzosi, foulard o parrucche non sempre discrete che rivelavano, più che coprirli, i crani spennacchiati. Le infermiere, efficienti e familiari, si davano da fare per alleggerire il clima, tenere alto il morale della truppa, scherzavano e raccontavano storielle sul dottor Z. mentre cambiavano aghi, preparavano flebo, regolavano strumenti e coprivano i più freddolosi.

“Ecco, hai finito.” Irene non si aspettava la voce di Gabriella così presto.
“Stavolta è scesa prima” osservò stupita, ricoprendosi il braccio.
“L’ultima chemio è sempre così. Ora vai a riposarti, Irene, sei stata brava. Ci vediamo per i controlli.”
Oltre la porta Irene si lasciò avvolgere da un abbraccio che sapeva di vita. “Sì, sono un po’ stanca”, gli disse, mentre i soldatini che le avevano iniettato cominciavano l’ultima battaglia, lasciando sul campo anche qualche cellula innocente, “andiamocene a casa.”

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