contrAppunti

Un ponte

di manuela ardingo

C’era una volta un piccolo paese, di poche anime e cento corpi.
Pieno di recinti e steccati, invaso da muri e proprietà.
Ci viveva Felicetta, una bambina con otto anni e due trecce sulle spalle.
Da sempre le avevano insegnato che tutto ciò che viene da fuori è male e che buoni sono soltanto i nati nel suo stesso paese.
Lei, di suo, non aveva mai visto un uomo cattivo venuto da fuori. Né uno buono. Né qualche suo conoscente era andato a farsi un giro e poi le aveva raccontato.
Ma le mura, d’altra parte, non avevano porte ed erano circondate da un fossato pieno d’acqua e di mostri. Così almeno le raccontavano, quando a pranzo non voleva finire la carne. Felicetta, però, non aveva paura. Perché, in fondo, vivere in un posto dove non si può entrare è come vivere in una prigione da cui è impossibile uscire. Per questo, diventava ogni giorno più curiosa di scavalcare le mura e andare a conoscere i bambini del paese vicino.
Purtroppo o per fortuna non dovette aspettare a lungo perché una notte, all’improvviso, un boato svegliò tutti.
Il cielo era nero e sembrava stesse per esplodere. Tremava, ribolliva e si spaccava in rapide crepe lucenti. Felicetta spariva sotto le coperte in preda a una strana emozione. I cani guaivano, il fiume intorno gorgogliava e l’aria sembrava in attesa di orrendi sviluppi.
Nelle strade si sentivano voci miagolanti e stridule, mentre il cielo continuava a strapparsi e il letto di Felicetta s’illuminava ogni minuto di schianto.
Quando suo padre entrò nella stanza era pallidissimo. Le disse di vestirsi, in fretta. Per strada tutti cercavano qualcuno che si chinasse a spiegare, ma quello che accadeva andava ben oltre ogni spiegazione, così, perlopiù, se ne stavano zitti. Attoniti. I padri decisero di andare dal sindaco. E quello, ovviamente, non sapeva niente. Anche se quel niente lo disse con mille parole, e confuse.
Quando un nuovo boato interruppe tutti i pensieri, nessuno seppe far meglio che abbracciarsi. Grandi e piccoli, colti e non, anziani e giovani. Muri e recinti non avevano più senso. I bambini singhiozzavano. Le donne aspettavano. Gli uomini correvano da una parte all’altra incapaci di rassegnarsi al cielo. Felicetta osservava tutto, zitta. Li vedeva, scomposti, tentare di arraffare quanta più roba possibile. La roba, la roba, la roba. Proprio come se non fosse successo niente.
Anche lei aveva paura, certo. Ma ore e ore col naso all’insù e la testa tra le nuvole l’avevano preparata: guardava a tutto quel nero come a una giusta conseguenza.
Troppa carne aveva rifiutato per capriccio mentre tanti bambini non avevano niente da mangiare.
Troppe cose brutte erano successe. Zia Lisa e Zia Anna avevano litigato fino alle lacrime per un orto. Mario, nel bar di Goffredo, aveva dato uno schiaffo a suo figlio solo perché aveva fatto cadere un gelato. Il paese intero, un giorno, si era messo a lanciare sassi sui campi dell’altro paese.
E tutti così arrabbiati, tutti sempre di corsa, tutti distratti.
Sì, Felicetta era d’accordo col cielo: se lo meritavano.
Aveva per quelle nuvole una sorta di rispetto, le guardava affascinata. Poi si alzò un vento improvviso e un fulmine centrò la grande sequoia oltre le mura.
L’albero oscillò e cadde sul muro con un colpo sordo.
Felicetta pensò che era finita. Che dovevano aver davvero esagerato per meritarsi tutto quello. Che c’era proprio da aver paura se le nuvole avevano deciso di punire un albero buono come quello. Si allontanò e cominciò a camminare per andare a vedere come stava. In una piccola bottiglia mise un po’ d’acqua da portargli.
Arrivò davanti alle scalette delle mura, erano piene di erbacce. Nessuno mai le saliva. E, di solito, chi riusciva ad arrivare in cima non lo faceva per guardare meglio. Si limitava a controllare che qualcuno non si avvicinasse troppo. Che il mondo, fuori, restasse lontano e sempre un po’ più giù.
Felicetta invece le saliva spesso e da lì parlava al suo albero.
Guardava lontano, oltre le mura, oltre il fiume, oltre i confini e immaginava altri bambini come lei.
Sognava di diventare un uccello e volare via, con quel modo così poco definitivo che hanno loro di lasciare un posto.
Arrivò su: l’albero giaceva spezzato e fumante.
Felicetta si bagnò la mano e la passò lungo un ramo.
Sorrise, immaginando chissà quale sollievo per la corteccia. Guardò giù: il boato ricominciò e in un attimo diventò insopportabile. Un terremoto fece oscillare le scale, le mura e i suoi sandaletti blu.
Si aggrappò a un ramo. Dal borgo salivano grida, crollava tutto. Voleva andarsene. Avrebbe camminato sull’albero fino a giù e poi via. In piedi sul tronco, scavalcò il muro: l’aria le sembrava già diversa: più fresca.
Ma prima volle tornare indietro per chiamare gli altri: magari, chissà, quell’aria li avrebbe guariti...
Corse e disse che aveva costruito un ponte e che sarebbero potuti scappare. I grandi prima la sgridarono. Poi la ascoltarono. E, quando crollò anche il campanile della chiesa, la seguirono.
Un triste corteo sfilò lungo le rovine del paese e raggiunse le mura. Felicetta faceva strada e pensava che per vivere non servono cose così pesanti come muri e recinti. Serve solo costruire qualcosa per superare quello che ci separa dagli altri. Qualcosa per essere più vicini, non per allontanarci.
Pensò che da grande voleva fare quella che costruisce i ponti.
Così ne avrebbe regalato uno al paese vicino, uno a Zia Lisa e Zia Anna e uno a Mario. E uno, tutto rosso, per lei e i bambini che non avevano niente da mangiare: così se qualche volta la carne proprio non le andava più, prendeva la bici e andava a portargliela.

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