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improvvisazioni per una deviazione
di stannopermangiarehoward |
era troppo veloce per salirci.
era troppo veloce perché lo prendessi al volo, l'autobus 23 barrato.
ormai superati i trent’anni s’accantona il desiderio e la voglia d’ogni corsa.
il desiderio di volare veloce come un corridore professionista.
poi, per prendere un autobus al volo, figuriamoci, ci mancherebbe.
dieci giorni fa l’avrei fatto, correre protendendomi verso oggetti/persone in movimento.
“che dio ci fulmini”dico. “siamo in ritardo cronico”.
”già” dice j.girl ”la tua mania di fare le cose all’ultimo minuto e con una calma assillante”.
“dobbiamo fare due chilometri a piedi” dico.
”possiamo aspettare” dice lei. (aspetterei j.girl in ogni stazione. in ogni posto. sotto ogni cascata. perderei ogni autobus e sarei sempre in ritardo per lei. ma non glielo dirò mai).
”che dio ci fulmini” le dico alterato ma dolce. “no, devo tirare giù delle idee per quel prototipo”.
”le puoi tirare giù anche qui” dice lei grattandomi il cappello.
”eh, non è così facile. poi mi serve il pensatoio”.
”sei un tipo strano oggi.” lei mi guarda “sei un tipo strano oggi e quel cappello è troppo buffo e largo”.
era troppo veloce quell’autobus per prenderlo al volo.
la mente a volte mi si spezza in mille pezzi.
come se la realtà del momento non avesse più senso.
come se quel prototipo si liquefacesse in un attimo perfetto e perdesse ogni importanza nella mia vita.
in quest’attimo preciso, in questa fermata deserta, penso a toninho cerezo.
abbiamo deciso io e j.girl di aspettare l’autobus su un muretto.
lei è silenziosa come un bradipo in attesa.
silenziosa e graziosa.
j.girl mi guarda senza nessun’apatia in corso di svolgimento.
mi guarda e dice:
”a cosa pensi?”.
penso a toninho cerezo.
alla fottuta finale di coppa campioni del 1984.
a quella volta che mia madre m’aveva portato in curva sud e cerezo mi sfiorò la mano.
penso a mia madre che m’ha educato bene.
penso che se ora fossi un teppista sarei educato.
mia madre è l’unica cosa che rende piena di significato la parola ”famiglia”.
la mia famiglia:
- mia madre
- goldrake gigante.
mi ricordo di giorni in cui lei mi parlava per ore del senso delle cose.
mia madre non era hippy.
odiava gli hippie e la metà degli uomini.
mi parlava in giardino, senza morali, senza mai farmi pesare nulla.
mi raccontava ogni storia che le veniva in mente.
”non tutte le storie devono essere giuste per essere raccontate” mi diceva.
penso a toninho cerezo.
lui, una volta, mi sfiorò la mano quando ero in curva sud.
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” hai visto?” mi diceva lei. ”hai visto? lui sì che è un grand’uomo” quella frase me la disse sorridendo.
vent’anni fa, in questa data precisa, moriva mia madre.
era un giorno silenzioso e senza melodia alcuna.
senza partite di campionato e programmi scemi in tv.
non c’era nessuna lite nel vicinato, quel giorno.
silenzio assoluto, a parte qualche gatto, silenzio assoluto.
l’avevo trovata con le mani giunte.
la cosa assurda è che non aveva mai pregato in vita sua.
forse ha detto la preghiera più bella, in quel momento,
sdraiata per terra con una foto di toninho cerezo a venti centimetri dal suo corpo.
mia madre amava il calcio come un pittore può amare il profumo dei colori ad olio.
in quel preciso istante di vent’anni fa, sembrava la tifosa ( morta) più bella del mondo.
era nella mia stanza, vicino alla scrivania.
i suoi occhi s’erano fermati a fissare una sedia quasi rotta.
io non ero triste in quel momento.
nemmeno lei lo sembrava.
in quei giorni, non ero triste per la morte di mia madre.
l’unica cosa che m’addolorava, era pensare a quel secondo preciso in cui mia madre ha preso coscienza che io sarei rimasto da solo senza di lei.
dopo un mese dalla sua morte, mi veniva su dalla pancia, tutto il dolore. dal basso, saliva il dolore mentre mangiavo minestre gialle o risi liofilizzati o mentre facevo i compiti senza i suoi occhi che accompagnavano le mie operazioni aritmetiche.
mia madre mi ha fatto amare calcio e punk.
io amavo il calcio e il punk anche nella stanza di mio cugino.
in quella stanza ho cominciato a odiare la folla, a lottare per i miei spazi.
ho cominciato ad odiare la cucina di mia zia, un tempo contestatrice capellona, in quei giorni casalinga bacchettona.
avevo il 90% delle probabilità di nascere figlio dei fiori.
in una famiglia largamente hippie.
per fortuna, non è stato così.
grazie mamma.
penso alla foto di toninho cerezo.
penso alla dedica in quella foto in cui lui tiene una sacca di palloni sulle spalle.
” al mio amico j.man
sorridi sempre come tua madre,
toninho cerezo.”
grottesco.
non ho sorriso molto da quel giorno.
” a cosa pensi?” mi chiese j.girl.
”pensavo a toninho cerezo, penso che le persone con i baffi mi sono simpatiche grazie a lui”.
”cosa?” lei mi guarda stupita.
”penso che lui non mi farebbe mai del male”.
lei mi sorrise come non lo aveva fatto fino a quel momento
poi mi baciò.
arrivammo in ritardo per il prototipo.
ma andava bene così.
bene così, davvero.
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