contrAppunti

hamila

di tristan bantam

Gli autobus che da Essaouira vanno a Marrakech hanno, come gli altri, orari incerti, suscettibili di variazioni, e lasciano la gare routière quando il numero di passeggeri giustifica la partenza. La gente aspetta sul piazzale tra le voci ripetitive dei procacciatori di clienti " 'gadir 'gadir 'gadir rabà rabà rabà uasasat uasasat" che si rincorrono in continuazione tra la polvere e i gas di scarico. Hamila siede in silenzio, ha il cuore gonfio di pianto, il viso indurito da un'espressione che cela la rabbia e la pena, e anche se l'uomo accanto a lei l'accompagnerà in questo viaggio non si è mai sentita così sola.
Dopo la lunga attesa, quando il pullman infine viene indicato ai passeggeri, pare che d’improvviso il tempo diventi la risorsa più preziosa e la gente viene incitata a salire rapidamente. Se le tasche dei clienti sono leggere, allora l’autobus avrà percorso un pezzo di storia prima di trovarsi lì. L’ennesima verniciatura sembrerà tenere insieme il veicolo in un equilibrio precario e la simil-pelle e la gommapiuma dei sedili, sforacchiate dagli anni, avranno assorbito polvere e sudore in quantità tali da vivere ormai in una perfetta osmosi con gli abiti dei nuovi viaggiatori.
Dopo tanta fretta il mondo sembrerà scivolare nuovamente nelle viscosità del tempo e il tremolio del basso regime di giri farà vibrare Hamila e il suo compagno per il primo tratto, quello che attraversa la città verso sud, perché sebbene il limite sia di quaranta km/h il mezzo andrà più lentamente, con le porte aperte, a caccia degli ultimi passeggeri, pronti a salire in corsa. Quasi sicuramente ci sarà una sosta, perché il rifornimento di gasolio si fa con i soldi raccolti, non prima. E allora, ma solo allora, sarà arrivato il momento di svoltare a est e lasciarsi alle spalle la linea blu dell’Oceano Atlantico.
Hamila e l’uomo non parlano, ma se potessimo ascoltare i loro pensieri allora sarebbero due dialoghi serrati e paralleli e mentre il motore arranca nelle salite e riprende forza nelle discese che si susseguono, in mezzo alle foreste di thuya, sapremmo che il dolore di Hamila nasce dall’illusione e dall’inganno. L’illusione che l’uomo la rendesse sposa e donna completa agli occhi della comunità, che se qualcosa fosse capitato, l’unica volta che avevano fatto l’amore, lui si sarebbe assunto le sue responsabilità e l’avrebbe protetta. L’inganno di quelle poche parole cariche di menzogne che lei era pronta ad ascoltare con il candore della speranza: “Nessun problema, ho fatto la puntura, non puoi restare incinta”. Si ripete quelle parole Hamila, con una rabbia che vorrebbe diventare un urlo e invece deve rimanere silenziosa, perché è chouma, scandalo, vergogna, andare con un uomo fuori dal matrimonio. Dieci anni. Sono passati dieci anni dall’ultima volta che è stata a letto con il marito da cui ha divorziato, dieci anni della sua giovinezza passati a patire, una primavera dopo l’altra, le angherie della famiglia. 
Perché se anche le leggi sono cambiate la mentalità resta ancora la stessa.
Ora si sono lasciati alle spalle le colline di Ounagha dove gli ulivi e le viti sono verdi per le piogge recenti, ma si fa in fretta ad arrivare alla zona desertica, patria di pastori di capre, di magri raccolti d’orzo, che precede Chichaoua. E Hamila si chiede se per caso lui cambierà idea prima di arrivare a destinazione, mancano ancora alcune ore e inschallah potrebbe ancora capitare. E’ riuscita ad imporsi Hamila, almeno sulla questione dei soldi, è una donna forte, come molte donne di qua, e se proprio deve abortire che almeno sia lui a pagare e che la accompagni all’ospedale. I pensieri la stringono d’assalto, perché ancora pensa che potrebbe tenerlo questo figlio che desidera più ancora di un marito, che forse le forze per combattere la maldicenza della gente e il giudizio della famiglia le può trovare dentro di sé, che a trent’anni inizia a sentirsi vecchia e che le occasioni le stanno sfuggendo una ad una. Ma no, poi no, sente lo sguardo del mondo su di sé, pensa alla crudeltà di esporre un bambino al dileggio degli altri, eccolo, un altro bastardo, un figlio di nessuno. 
L’uomo ha paura di lei e per questo la accompagna, è un codardo che si crede furbo e pensa che con tremila dirham si salverà la faccia e il culo. L’uomo doveva aver riso dentro di sé per la storia della puntura, ma adesso non ride più e un po’ si maledice per non aver saputo tenere a bada questa femmina. Tremila dirham non sono uno scherzo anche se lui ha iniziato a guadagnare bene. E mentre l’argilla rossa inizia a colorare il paesaggio si chiede se Hamila andrà ancora a letto con lui, se riuscirà ancora a raccontarle delle storie. Perché tutto sommato è evidente che lei è innamorata e forse è più ingenua di quanto non sembri. In ogni caso tra qualche ora questa storia sarà finita e poi non se ne parlerà più. Se la sua donna venisse a saperlo allora sarebbero guai ancora più grossi. Meno male che c’erano i soldi, continua a ripetersi.
Mentre il traffico aumenta e l’autobus passa tra le vetture, i motorini e i carretti portati dai muli, Hamila si sente stringere alla gola e alla pancia e al cuore e si chiede perché non ne ha parlato con nessuno. Perché si è tenuta tutto dentro a marcire? Adesso vorrebbe piangere, adesso vorrebbe che l’autobus fosse già di ritorno, adesso vorrebbe che lui si voltasse e le dicesse scusa, ho sbagliato tutto. Ma lui non dice nulla, guarda fuori dal finestrino la città rossa e si chiede se riuscirà a farsi un giro mentre Hamila si occuperà della faccenda.

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