contrAppunti

seduti sul terrazzo

di paolo casuscelli

Seduti sul terrazzo del suo albergo nuovo nuovo, a due passi dal mare, così familiare, intimo fino all’indifferenza, mare saputo pietra su pietra, scoglio su scoglio, brindammo a vino bianco intorno al tavolo dei ricordi, della passata adolescenza. 
Serena avvicinò il bicchiere: “Cincin, professore”. “Cincin”.
Invecchio: mi emoziono di sfumature.
Invecchio bene: mi commuovo. 
Sento che la vita mi passa accanto e ancora mi sfiora, per sensazioni, sentimenti ancora nuovi, non ancora consumati. Sto lì nella calma di un dialogo intimo e pacato, con la mia ex alunna che fu bambina. 
Che strana sensazione: vedo una donna e non la vedo donna. 
E una sconosciuta commozione mi sorprende. 
Serena è lì, nella sua bellezza intelligente, e io la guardo dal mio affetto distaccato, separato da ogni inclinazione sensibile, come se corpo e anima fossero in me disuniti. Abbandonato alla sua naturale affinata eleganza, la decifro come un quadro dimenticato dietro un armadio, come un giardino un tempo coltivato dalle tue stesse mani, su cui nuove piante abbiano messo radici per semi gettati a caso dalla vita. 
Molto apprezzai il suo pudore, nel non volermi parlare della sua tesi di laurea, la sua assennata cautela. 
Parlammo dei libri mai letti da un amico del cuore, del dispiacere di non poter parlare neppure di un libro con un amico del cuore. 
Parlammo del suo ritorno a Salina e della fredda accoglienza dei molti che sentono l’esodo, gli studi compiuti, come un tradimento. Degli ex compagni che salutano a stento. Di questa tristezza. 
Parlammo della fornitura dei vini, per gli aperitivi in terrazza, delle qualità del Viognier, di come attecchiscano bene certi vitigni francesi in terra di Sicilia, con risultati complessi. 
Fummo disturbati da una famiglia di ospiti vocianti, dal tono della voce un po’ alto, troppo alto, sopraggiunti al tavolo accanto.
“Questi mi rovinano l’ambiente, l’atmosfera. Mai più stanze ai C…esi, mai più”, mi disse sottovoce.
“Ma non l’avevi sentito l’accento, quando hanno prenotato?”.
“Lo camuffano, professore, lo camuffano”.
E rise.
“Sei felice, Serena?”.
“Sono felice, sì, ma mi sento insoddisfatta”.
“Va bene, quello è inevitabile”.
“Perché?”
“Perché l’insoddisfazione è costitutiva, è l’essere umano che è così, questa mancanza a essere”.
“Ma c’è tanta gente che è soddisfatta”.
“Animali, non persone. Se uno pensa, come può non sentire la mancanza? Se uno vive, manca…”.

E’ così, non c’è bisogno di Heidegger, né di Lacan per capire questo. Appena l’angelo del Cielo sopra Berlino piomba sulla terra, quando scopre che il circo è partito, e lui non sa dove trovare Marionne, siede su una pietra al centro di uno spiazzo, desolato, e dei bambini incuriositi gli girano intorno, gli fanno domande, gli chiedono cos’ha.
“Mancanza”, risponde l’angelo appena umanizzato. Prima, da angelo, certo non la sentiva.
“Mancanza?”, chiedono i bambini. “Mah, sarà mancanza di pane”.
Sono bambini, che possono saperne ancora. Alcuni, poi, sapranno: mancanza a essere, al nascere, bollati al nascere.

Poi, il terrazzo venne riempiendosi, Serena cominciò ad aggirarsi tra i tavoli ed io tolsi il disturbo. 
Mentre scendevo le scale, mi disse “Torna, domani?”.
“Torno, così ti porto quel disco di Fado”.
“Si è fatto un po’ di pancetta, prof.?”.
“Eh sì, sono stato fermo tutto l’inverno. Se il corpo non lavora, la pigrizia si paga alla mia età”.
“E’ sempre affascinante, anche con la pancetta”.
“Grazie”.

Lo pensava davvero o era solo conforto? Ma chi se ne frega. L’importante è che l’abbia detto. Che sia stata gentile. L’ho educata anch’io.

Però, Serena, quando mi saluti, non mi baciare più la spalla destra, per favore.

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