la monografia - n. 5   Margini

In disparte

di manginobrioches

Il paese è nato anziano e irrimediabile.
Consiste in una salita, una collezione di numeri civici, un parroco pendolare, una chiesa immersa nell’odore della canfora e della distanza, la memoria d’un brigante, vicoli, un certo numero di vedove.
La strada non attraversa il paese, piuttosto è la sua spina dorsale: sotto l’asfalto si ossificano il pietrisco, la terra battuta e la polvere di cinquecento anni. I passi, invece, sembrano cancellati. Il paese dei passi avrebbe una geografia mossa e allargata, come pure l’avrebbe il paese delle voci. Il paese della strada e degli sguardi, invece, è ridotto all’essenziale: molte finestre sono squarci, molti volti cancellati, come i nomi delle vie, ed è sempre buona norma, incontrandosi in un vicolo – sono stretti, scoscesi, limati dall’acqua piovana – salutarsi ma non guardarsi. Guardare, semmai, un poco a lato.
Nella scesa di destra s’affacciano – ma al modo delle scuole e dei pubblici uffici, coi vetri stanchi e gli occhi rivolti in dentro – le elementari e le poste, costruite di prepotenza nel luogo in cui un incendio divorò cento case, di fianco alla chiesa dedicata all’arcangelo. Ci sono anche, nell’angolo estremo dove il vicolo gira e si getta nel nero smemorato dell’asfalto - invecchia senza sapere nulla, assorbendo passi e percorsi in profondità catraminose del tutto insondabili – di fronte al fico immortale che spunta dall’aiuola della canonica, le case 4, 6 e 10. Non esiste una casa 8, e, se c’era, le altre case se la sono mangiata, spingendo le travi, allargando le commessure, dilatando pian piano le lamiere di copertura, rovinando impercettibilmente dentro lo spazio straziato dalle macerie e dalla dimenticanza, appropriandosi e cancellando i confini, una dentro l’altre e tutte dentro l’orlo di niente della strada, del paese.
La nuova amministrazione ha battezzato tutte le case, anche le 4, 6 e 10 della scesa di destra, con targhette di marmo in cui sono incisi numeri neri e diritti: un modo per negare l’evidenza che il paese sta morendo. La strada provinciale nuova non è mai venuta a patti con la montagna, o con l’indecifrabile fondo delle valli: rulli e schiacciasassi hanno spianato, il terreno è stato raschiato e sbiancato fino alle ossa, poi riempito con strati successivi, tutti nuovi, fino al mondo di oggi. Il paese, cresciuto attorno alla sua vecchia strada laboriosa, di cento curve create per evitare e non per raggiungere, è stato dimenticato, come la casa 8.
Ma la casa 8, come la strada e come il paese, non è mai veramente scomparsa. Nulla scompare veramente, perché la valle ha una sua qualità di persistenza e disparte che ha trasmesso agli uomini. La fatica di rammendare, ricomporre, riparare gli orli delle cose è quello che tiene insieme tutti i luoghi e tutte le vite, sopra e sotto la terra.  
Così, la fontana dell’acqua medicinale, che è all’ultima curva prima del paese, quando dalla strada non si vede neanche un tetto ed è allora che bisogna crederci davvero – perché il bosco potrebbe, semplicemente, non finire mai più – è fatta di travi e pietre ch’erano delle cento case bruciate vive dal fuoco, e delle cento case sorprese dal terremoto e morte di spavento e cedimento, e anche della casa 8, morta di morte naturale. Una pietra angolare, che reggeva un pilastro, ora è nel basamento della fontana, dove scorre perpetua l’acqua insaporita dai noci millenari, vecchia e pure lei smemorata ad ogni istante, tanto da scorrere come nuova.
Nemmeno la vite che spuntava al bordo della casa 8 è morta davvero: come tutte le viti – come il paese – muore un poco in superficie, si fa fibrosa, secca, refrattaria. Si sfalda apparentemente senza rimedio, perdendo qualcosa ogni giorno, disperdendo costantemente i suoi confini. Ma i rami corrono da ogni parte, nei percorsi invisibili tra una casa e l’altra, nelle intercapedini tra le pareti e i mondi – perché ogni cosa sconfina nell’altra, nello spazio e nel tempo – e le foglie rivestono per intero, nuove e perenni come tutte le foglie, le case 4, e 6, e 10 (le pareti spalancate di sorpresa, coi denti rotti delle assi, il soffitto una trama inconsistente da cui s’intravvede il cielo di marmo della montagna).
Davanti alla casa 8 il maresciallo mise le manette al brigante: le donne erano nascoste dietro gli scuri ma sentirono tutto, come i muri. Il nome del brigante – che è il nome di metà del paese e allora era quello d’un eroe – è ancora graffiato su un mattone nel muro a secco che recinge un pollaio, trecento metri più in basso: anche quel mattone veniva dalla casa 8.
Pure il ferro che sta dentro alla statua del santo, quella nuova: dopo la guerra lo raccolsero da ogni parte, come spighe di ruggine da un campo sterminato, perché rivolevano il santo al suo posto. Un pezzo della casa 8 è pure lì, fusa nelle ossa di martire del santo, rivestita di gesso, dipinta di rosa e celeste, benedetta dal vescovo in una domenica di sole.
Al bordo della strada, difeso dall’oblio e dall’ostilità delle valli, il paese continua a morire e risorgere: nessuno ci fa caso. La vita, sembra suggerire, è solo una vecchia abitudine, orli di rammendo, aggiustamenti, cose che cambiano di posto. 

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