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I morti sono miei
di squonk
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Non me ne sono perso uno, uno solo. Tutti i servizi di tutti i telegiornali, e i corrieri e le repubbliche e le cnn e gli usatoday, tutto. Fin da quando l’uragano se ne stava in mezzo all’oceano a tirar su onde alte come palazzi, e poi, giorno dopo giorno, ora dopo ora, finché non fu a portata di tragedia, finché non fu chiaro che si sarebbe schiantato sulla città.
Ecco, fu a quel punto che iniziai a sentirmi bene. Perché, cazzo, quel posto lo conoscevo, io.
Vivi in mezzo a decine di giramondo e questi vanno nei posti che conoscono tutti, in fondo. Voglio dire, prendi Sharm-el-Sheik. Mettiti un pomeriggio alla stazione di Cadorna, e blocca cento persone, stai sicuro che cinquanta ci hanno passato almeno una settimana all-inclusive, e tutti quanti ti parleranno di Naama Bay e di Ras Mohamed e del Monte Sinai. Messa così, andare sul Mar Rosso è come andare in Corso Vittorio Emanuele, lo sanno tutti che i panzerotti di Luini sono i migliori in assoluto.
Poi prendi l’America. Dicono che l’America è lontana, ma a quanto pare a New York o alle cascate del Niagara ci sono stati tutti, tranne mia nonna che non è mai uscita dalla Sardegna.
Invece. New Orleans. Ci ero stato solo io! Ah! La gente non ha un cazzo di idea di dove sia New Orleans. In America, certo. Ma dove, manica di stronzi?
Quando l’uragano fu a un giorno dalla città, iniziai la mia settimana da star. Alla macchinetta del caffé in ufficio, prima e dopo la partita di calcetto, durante l’happy hour: io ero quello che sapeva perché la chiamano Crescent City, ero l’unico che ti poteva dire che no, coglione, non è sul mare, sta in mezzo a un fiume (il Mississippi, dico, hai presente? Una roba che il Po è la pisciata di uno con la prostata infiammata) e un lago (e avrei potuto dire qualsiasi nome, ma io il Pontchartrain Lake l’avevo visto davvero), ero il solo che poteva scuotere la testa con aria grave e dire che una città fatta di legno (ed ecco la mia bella descrizione del French Quarter con le bambole voodoo e le puttane che ti lanciano le collane – le bends, si chiamano – dai balconi dei club, e del Garden District abitato solo dai bianchi ricchi e pancioni) non avrebbe mai resistito al vento ma, soprattutto, all’acqua.
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Ero quello che si capiva che sapeva di cosa stava parlando perché cesellavo il nome della città, e la pronuncia, che ogni tanto chi mi ascoltava sbarrava gli occhi a sentirmi dire Nawlins, invece che niuorlìns come quegli imbecilli di speaker in televisione. Nawlins, coglioni, date retta a uno che ci è stato.
Infine, l’uragano arrivò, e fece tutto quello che doveva fare. Ebbi anche qualche colpo di culo, tipo i dieci o ventimila sfigati barricati nello stadio – io ci sono stato al Superdome, e sai che è sopraelevato rispetto alla zona che gli sta intorno, tu pensa quant’acqua è salita – e quella puttanata dei coccodrilli che giravano per la città, in libera uscita dalle paludi della Louisiana (e toglila, quella cazzo di i dopo la u, si dice lusiana), e allora via con i racconti dei sandwich a base di gator, ma sì, ti compri dei salamini e sono fatti di carne di alligatore – giura, ma hai mangiato quella roba?
Poi, dopo qualche giorno, la pacchia finì. Ma chissene, ormai l’uragano mi aveva reso una star. Non ci penso a tutti quei morti, dici? Senti, bello: prima di tutto, son mica diecimila, ma giusto qualche centinaio, che a Biloxi ne ha fatti secchi anche di più ma Biloxi non se la caga nessuno e quindi i morti che contano sono quelli di Nawlins, i miei. E poi, l’ha detto anche la Barbara Bush, in fondo erano dei poveracci. Mica come me, che sono la star.
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