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Il colpo
di giorgioflavio
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Un colpo. Uno solo deve bastare. Perché con la morte non si scherza. Ma ancora di meno si scherza con la vita, ché la vita è pesante. Ajò. La vita vuole spalle larghe e bocche chiuse, che anche a parlare e a lamentarsi si sprecano forze, e le forze servono a campare, se nasci nella casa sbagliata. E qui tutte le case, girala come vuoi, sono case sbagliate. Almeno, io non ne conosco, di case giuste, e mi’ che ormai sono vecchia di più di cinquant’anni e non c’è porta, qui in paese, dove non sia entrata almeno un volta.
Manco quella di tziu Mialinu, dove pure grano e vino non sono mancati mai, è una casa giusta, perché i soldi l’hanno intossicata, maledetti siano, i soldi! Poveraccio, tziu Mialinu: tutta la vita a brigare per diventare più ricco di quel che è sempre stato, ammazzandosi di fatica e di imbrogli, facendosi il sangue amaro per un pezzo di terra o dieci pecore in più, e guardalo adesso… Buttato nell’angolo accanto alla ziminera, secco e nodoso che non lo distingui dai ceppi di legno messi ad asciugare a fianco al fuoco perché brucino meglio quando viene il tempo loro.
Chissà cosa pensa, povero tziu Mialinu, se mai gliene sono rimasti pensieri, che i figli forse gli hanno portato via pure quelli, oltre che i soldi e le proprietà. Gli converrebbe morire, anziché consumare giorni di nulla, senza un cane che lo vada a trovare, abbandonato dallo stesso sangue suo, da quei figli che si preoccupano solo che abbia un pezzo di pane e formaggio e una tzeracca che ogni tanto lo vada ad accudire e a fargli le faccende.
“M’avete lasciato solo, senza nient’altro da mordere che questa vita da niente? Be’, questa almeno me la terrò stretta, visto che è l’unica cosa che ho. E se volete che muoia, dovrete venire ad ammazzarmi, dovrete venire a finire l’opera vostra, figli malnati e malcresciuti, che sia maledetta l’anima di vostra madre che vi ha tirato su a latte di scorpione”.
Questo pensa, tziu Mialinu, trascinando i minuti e le ore in pensamenti cattivi. Ma sono quelli, a tenerlo in vita. Quelli e la speranza di vedere la sua stessa genìa, prima di chiudere gli occhi, bruciare in uno dei mille incendi che ogni estate devastano le campagne del paese. Ecco cosa vede Mialinu guardando il fuoco della ziminera: la carne della sua carne diventare cenere e disperdersi nel vento. Solo allora chiuderà gli occhi. Lo so, ne sono sicura.
Perché la morte degli uomini è cosa che conosco, io, che Domineddio mi ha dato questo dono, senza che lo chiedessi. Io la so guardare in faccia, la morte, e non è cosa di molti, perché la morte ai cristiani gli fa paura. Come se poi non dovessimo morire tutti. E come se a volte morire non fosse mille volte meglio che trascinare il peso di certe vite nate sotto il segno del buio e della grandine. Perché, se mi guardo intorno, quelle che vedo sono quasi tutte vite così: vite stente, partorite da un temporale.
La morte, alla fine, è quello che ci rende davvero uguali, è l’unico e vero atto d’amore che il Creatore ci ha riservato. Un regalo prezioso, che scontiamo vivendo, anche se c’è chi lo sconta di più e chi lo sconta di meno, perché si sa che la giustizia non è di questa terra.
La morte non mi fa paura, perché io so cos’è. E lo sanno tutti in paese, che io lo so. È per questo che mi chiamano, quando la morte tarda ad arrivare invece di suonare l’ora sua quando è il tempo, come fa la campana di Sant’Antine, che spacca il mezzogiorno. Ma la morte obbedisce a Dio, e Dio a volte deve avere troppo da fare, per stare a guardare tutto e tutti. O forse – ogni tanto lo penso, anche se non è pensiero da cristiana – Dio si è semplicemente stancato di occuparsi dei fatti nostri e ogni tanto si prende le sue vacanze. E a giudicare da come va il mondo, se le prende spesso.
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Una vacanza, ora, se l’è presa con Bustianu Ballaboi, quel poveraccio che ha lo stazzo sul bordo della palude di S’Istangu. È quasi un mese che lorda il pagliericcio del letto con il siero purulento delle sue piaghe, immobile, già morto senza morire. Dottor Sulis l’aveva detto, quando era andato a visitarlo, dopo che Nennedda, sua moglie, preoccupata per il ritardo, l’aveva trovato riverso in mezzo alle loro quattro pecore e lo aveva portato a casa, trascinandolo a forza di lacrime e di braccia, senza ch’egli desse più un segno di vita. “Emorragia cerebrale. Questo non arriva a domani, Nenne’, mi dispiace, fatti forza” aveva detto dottor Sulis, che come medico lo sanno tutti che non è un granché ma è un pezzo di pane d’uomo.
Bustianu, invece, non era morto quel giorno. E neppure l’indomani, né i giorni successivi. È quasi un mese, ormai, che agonizza senza speranza sul suo povero letto, costringendo Nennedda a occuparsi di lui anziché dell’orto, delle quattro pecore e di Bonaria, la figlia piccola, alla quale non riesce più a dare da mangiare. Dio le sue distrazioni dovrebbe prendersele con altri cristiani, non con figli settimini di temporale come Bustianu, così disgraziato da non potersi permettere un’agonia di tre giorni, figuriamoci di un mese.
Per questo stamani all’alba Nennedda, disperata, è venuta a chiamarmi. Per chiedermi aiuto. E io l’aiuterò. Stasera, quando arriverà l’ora di nessuno che separa il giorno dalla notte. Lo farò, come ho sempre fatto. Perché io conosco la morte e so come farla arrivare, anche quando non sembra avere voglia né intenzione di fare il dovere suo.
Arriverò senza che nessuno mi veda e dopo me ne andrò allo stesso modo, che non è dato a tutti i vivi di trafficare con la morte e con chi è in confidenza con essa. Mi siederò accanto a Bustianu e gli reciterò i misteri del rosario. Ma prima leverò il crocefisso da sopra il letto e tutte le immagini sacre che stanno in quella povera stanza, se mai ne troverò. Gesù e i santi, buoni come sono, non aiutano l’anima ad andarsene, perché anche quando è bene che se ne vada loro vorrebbero trattenerla, conservarla ai suoi cari. Ecco perché è meglio che non stiano tra i piedi, con tutto il rispetto.
Finito il rosario, farò il mio servizio. Perché accabare il dolore, porre fine alla sofferenza, è un servizio. Un servizio pietoso.
E la pietà non è altro che un colpo. Un colpo solo, alla tempia, con la mazzola di legno duro avvolta in orbace, così che non lasci segni. Un colpo, che più che la mano serve il cuore, a darlo, nell’ora di nessuno. Un colpo che, ogni volta, mi ricorda il primo che assestai.
Ero giovane, allora. E a consumarsi in un’agonia dolorosa e senza senso era un’anima innocente, una bambina di sette anni. Non voglio neanche nominarlo, il male che la faceva urlare ogni minuto del giorno e della notte, consumandole ogni fibra e torturando fino a ucciderli i sogni e i desideri che cominciavano a spuntarle nel cuore immacolato.
Non voglio ricordare lo strazio di quella fine atroce che non finiva mai, nonostante tutte le inesauste preghiere che, insieme all’intero paese, levavo verso il cielo. E fu per lei, per Angelina, che trovai nell’angolo più scuro e lontano del cuore la forza di costringere la morte ai suoi obblighi, ordinandole di venirsela a prendere, per liberarla, per accabare una sofferenza che nessuna parola di cristiano potrà mai raccontare.
Fu per lei – ché per un altro non sarei mai riuscita a farlo – che trovai la forza di afferrare la mazzola e colpire, nell’ora di nessuno, la mia unica figlia. Che, morendo, ha ucciso una madre e partorito un’accabadora.
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