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Un tipo marginale
di antonio musotto
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ore 10:00
Il concorso del giorno era ammazza un bambino, forse per quello la vicina, quella con i capelli alla maschia e il tailleur gessato nero e celeste, mi ha citofonato per chiedermi un coltello.
Le ho detto signora, mi spiace, non detengo armi da taglio al mio domicilio però dopo ho visto qualcosa, come un peluche con grembiulino e zainetto, volare davanti alla finestra, e poi le telecamere di Canale Reale che riprendevano una massa sanguinosa nel cortile, e il regista, uno con la faccia da cane frocio, che firmava l’assegno per la mia vicina di casa.
Non ho figli, io, così non mi viene la tentazione.
ore 12:00
Ha videochiamato l’ufficio, quella zebra impagliata della segretaria del direttore voleva sapere se il lavoro era pronto; quale lavoro ho detto io, ma quel lavoro che le avevamo mandato tre giorni fa ha risposto lei, ed io facevo finta di non capire poi le ho detto signora chieda al direttore, e quella glielo ha chiesto davvero; ho sentito lui che dall’altra stanza sbraitava ma quale lavoro del cazzo, così quando nel monitor del videotelefono ho rivisto la faccia imbalsamata della segretaria mi sono messo alla distanza giusta e le ho fatto vedere un lavoro del cazzo, così imparano a chiedere le cose col giusto garbo.
ore 14:00
Inutile dire che il direttore è piombato qui con l’autista e un paio di gorilla, voleva salire ma non gli ho aperto, ci hanno provato per qualche minuto, a sfondare la porta, poi hanno rinunciato.
Il direttore ha gridato dalla strada che i tipi come me meritano di vivere ai margini della società.
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Eppure non lo sapevo di essere un tipo marginale, chissà se lo dico ad una donna che effetto fa.
Provo a immaginare la scena, happy hour e chimica sintetica, mi avvicino ad una che somiglia a Molly del settimo piano e le dico sai sono uno marginale.
Una come Molly del settimo piano pensa che uno marginale fa cose da maniaco, e mi invita subito al bagno delle donne.
Devo provare, magari va veramente così.
Ora è buio.
Ho lasciato l’orologio allo spacciatore, per cui non so che ore sono adesso, è sicuramente sera perché fuori è buio, e anche dentro al locale non è che ci sia molta luce.
Donne, manco a cercarle con il sonar, tra amici cominciamo a svuotare le bottiglie di Mario, che non lo fa gratis, quindi è ben contento che degli sfasciati come noi vengano al suo locale ( il mio è una drinkeria, capisci?) a lasciargli il cassetto dell’incasso pieno e le casse delle birre vuote.
Però ad un certo punto sono arrivate delle tipe, pellicce fosforescenti e capelli colorati, forse non si volevano fare riconoscere o forse lavorano nell’industria dei coloranti.
Ho cominciato a fare lo spiritoso, e una poi si è girata e mi ha guardato; ho fatto come si fa nei film, ho preso il bicchiere e mi sono spostato dal bancone al tavolo dov’era lei.
Le ho detto ciao, interessante la tua parrucca fucsia, lei ha sorriso ed ha bevuto il suo liquido rosa, poi le ho detto sai sono uno marginale, e lei ha raccolto la pelliccia e la borsa ed ha detto alle amiche andiamo qui è pieno di barboni.
Allora ho capito che è meglio che alle donne non la dico più ‘sta cosa, forse potrebbe funzionare solo con Molly del settimo piano, appena la becco in ascensore ci provo.
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