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paesaggio urbano in mattina d'autunno
di sphera
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La mattina che trovò il mare G. era molto seccato, perché era finito il caffè.
Già non è bello - pensava - che ci si debba alzare quando hai appena preso
sonno dopo una notte d'inferno così, e dover uscire in
strada e prender la macchina per andare al lavoro, mica per divertirsi,
diosanto, e nemmeno ti puoi bere un caffè. Non è bello.
La notte, in realtà, era stata come tutte le altre da ormai molto tempo: un
singulto troppo breve e scomposto, un rovente accavallarsi di brandelli di
sogni di ufficio, di lavoro ossessivamente incompiuto, di oscure immagini
d'ansia e di brevissimi lampi di sesso frenetico.
Si svegliava sempre molto stanco, con una vaga sensazione di freddo anche nelle
mattine d'estate, e guardare la moglie che dormiva diritta lì a fianco gli
faceva venire ancora più freddo. L'unica era alzarsi, in fretta e senza
pensare, andare al più presto a stringere tra le mani la tazza con tanto, anche
troppo caffè.
Due donne per casa e finisce il caffè. Ti licenzio, ti uccido, lì a cantilenare
con quell'immutabile sorriso azteco che Spiace ma il caffè sta finito. Se non
fossi così stanco e se il sangue non mi facesse tanta impressione farei a pezzi
te e quella tua señora che dorme come un pesce bollito di là.
- Non importa, Soledad, lo vado a bere al bar, non si preoccupi, a posto così.
Tornò in camera facendo apposta un po' di rumore: che si svegli e sia
arrabbiata anche lei, perdio, così la giornata inizia proprio come deve, ed era così infastidito da tutto che al momento non capì di cosa si trattasse.
Aveva aperto nella mezza luce il cassetto della biancheria e stava per ficcarci
una mano senza guardare, che calze e mutande son poi tutte uguali, quando l'aveva
fermato il riflesso. Un riflesso frammentato e azzurrino, un barbaglio di
scintille d'argento: il cassetto era pieno di mare.
No, anzi, nel cassetto c'era il mare, tutto il mare, intero fino all'orizzonte
e mentre lo guardava sentì il vento leggero e salato che gli passava sulla
faccia, tra le ciglia, i capelli.
Chiuse il cassetto, di colpo, sul mormorio delle onde.
Girò la testa sulle spalle a osservare la moglie sotto il lenzuolo, la testiera
imbottita, il giornale piegato non troppo bene sul suo comodino. E senza più
voltarsi verso il comò andò in bagno a lavarsi i denti, con grande,
grandissima cura.
Non si guardava mai nello specchio ma quella mattina si soffermò più del
solito, rallentato in un tempo vischioso, a osservare le strisce verdine del
dentifricio colare sullo smalto lucente.
Si riscosse e andò, pettinato e sbarbato, verso le voci che sentiva in cucina.
- Mmh.
- Ciao tesoro. Mi spiace, è finito il caffè.
- Sì. me l'ha detto, la Sole. Fa niente, lo bevo al bar. Ma, Soledad, sia gentile: non ho più calze, me ne trova un paio?
- Tesoro, c'è pieno il cassetto, di calze.
- No, non le ho viste, non so.
- Oh mammamia, quando fai così. Sole, fammi il favore, vai a prendergliene un paio tu, che non c'è peggior cieco di chi non vuol vedere.
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Era non c'è peggior sordo, eccetera, ma non trovò nessun valido motivo per
farglielo notare. Scostò le tendine e guardò giù nella strada. Una luce
melmosa, un sacco di macchine già accalcate, confuse.
"Sono già un po' in ritardo - pensò, travolto da una sproporzionata fitta di ansia - ecco, non farò
neanche in tempo a fermarmi a berlo, il caffè."
Soledad gli si avvicinò porgendo i calzini. Non commentò ma lui vide bene lo
sguardo che scambiò con sua moglie. Vedi, non era niente - si disse - niente:
ecco qui le tue calze, prese proprio lì dal cassetto, non era niente.
Stava già uscendo dalla stanza, decidendo di pensare solo alle calze, le calze,
sei in ritardo, metti le calze e poi vai, ma sentì la donna parlare:
- Però forse dovrà fare guardare i tubi, lo scarico, Señor.
- Come, Sole? Perché?
- C'è rumore di acqua nella camera, Señor, come dietro del muro, non so.
- Hai sentito, tesoro? Sarà mica un tubo rotto? Magari di quelli di sopra, che
poi ci allagano tutto? Bisogna che facciamo...
- No, non è niente - tagliò corto lui - l'ho già sentito, non è niente, uno
sciacquone, niente, non c'è da preoccuparsi.
- Sì, ma...
- Adesso poi non ho tempo, stasera magari vado su dai vicini, stasera.
Uscì in fretta dalla cucina chiudendosi la porta alle spalle e già nel
corridoio gli parve di sentire uno sciabordio, appena appena, quasi indistinto,
frusciare sul color tabacco della tappezzeria.
Chiuse per bene anche la porta della camera e si fermò davanti al comò.
Il cuore gli batteva tanto che non sentiva più nessun altro suono. Aprì il
cassetto, molto piano, poi completamente: il mare era lì, azzurrissimo e tutto
increspato di luce. Guardò immobile le onde arrotolarsi morbide, trasparenti
sul colmo rotondo dove il sole le attraversava. Stava trattenendo il respiro da
troppo e lo lasciò andare di colpo, rimanendo stordito dal fiato di salsedine e
acqua che lo riempì come un brivido.
Aggrappato alla maniglia del cassetto si voltò con fatica: guardò la porta,
opaca e liscia nella luce torbida di un mercoledì e sentì sommesse le voci, e
rumore di stoviglie, e la radio.
Sbattè le palpebre e pensò "Dai, non è possibile" . Poi lo mormorò, sottovoce.
Mentre finiva di sussurrare aveva già passato una gamba oltre il bordo. Passò
anche l'altra e chiuse gli occhi, e si lasciò andare, vestito com'era. Li
riaprì subito dopo, in un balenare di blu, sentendo il salato sulla lingua
riempirgli il sorriso e fu solo dopo, mentre le braccia e le gambe
riconoscevano il muoversi fluido che era suo e che non ricordava di avere, fu
solo allora che si accorse di tenere ancora in una mano, appallottolati
stretti, i calzini.
Li trovò lei tre mesi dopo dietro il comò, durante il trasloco - una casa più
piccola, sì, questa è anche piena di brutti ricordi, quel disgraziato, andar
via così - domandandosi vagamente come avessero fatto a finire là in fondo, e
solo per un momento, buttandoli nell'immondizia, perché mai fossero tutti zuppi
di sale.
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