la monografia - n. 5   Margini

vivere ai margini

di riccionascosto

Ho una valigia. È una vecchia valigia, verde, con le rotelle e il manico. 
L'ho trovata in un cassonetto, tempo fa. La gente butta le cose anche se potrebbe ancora usarle e io le raccolgo, qualche volta. 
La mia valigia non viaggia più, sono io che viaggio per lei. La mia Effetty – questa è la parola che si legge stampigliata sulla fodera – è ancorata a un palo, in una stradina secondaria dove la gente passa, indifferente, e nessuno ancora l'ha mai spostata. Ogni tanto la riempio di bottiglie vuote, giornali, lattine, tutta roba che posso portare al centro riciclaggio e ricavarne qualcosa. Finché dura.

Ho un quaderno, qui con me.
Non è proprio un quaderno, è un mucchio variopinto di foglietti pubblicitari, ma ho usato tutti gli spazi liberi per scriverci i miei pensieri. Non so bene perché lo faccio, ma lo tengo sempre con me. Ogni tanto riesco a trovare una penna o qualcuno me la regala, e allora scrivo, d'una scrittura piccola piccola, per non sprecare spazio e inchiostro. E a volte i miei pensieri li regalo per strada, sui cartelloni pubblicitari, perché la mia voce arrivi più lontano. Ma la notte li tengo con me, i miei pensieri, poggiati sotto la testa nel sonno, perché mi tengano compagnia.

Ci vuole equilibrio, per vivere ai margini.
Ai margini dello sguardo di chi ci passa accanto, attento a non incrociare i suoi occhi coi nostri, a non inciampare sui nostri cartoni, a non rischiare di vederci in qualche altro modo, non come il limite del paesaggio.
Questo, dico io.
Lo so, l'ho fatto anchio. 
Quando la mia paura più grande era di scoprire che tra me e loro la distanza era appena d'un passo, un guizzo degli occhi, un braccio teso.
Troppo, o troppo poco.
Cercavo di non vedere, m'affrettavo, a volte anticipavo le loro richieste e porgevo, pochi spiccioli. Pur di non guardare. 
Perché guardare in quei volti voleva dire riconoscere negli occhi la speranza, il dolore, l'indifferenza; tutte cose che avevo già visto negli occhi che mi guardavano dallo specchio, ogni mattina.
Avevo paura che, incrociando il loro sguardo, avrei scoperto il mio.
Così è stato, in effetti, e ora non ho più paura.
Non ho neanche uno specchio, a dir la verità

Come e perché sono arrivato qui, vi chiederete.
O magari non ci pensate affatto a chiederlo, però ve lo dico lo stesso: per tanti motivi e per nessuno. 
Forse ho solo smesso di correre, forse ho rinunciato a sgomitare per farmi avanti, o forse, semplicemente, qualcuno ha deciso che non ero più importante e mi ha messo da parte. A volte reagisci alle difficoltà e diventi più forte, a volte vieni travolto e non riesci a trovare un motivo per risalire o un appiglio per non scivolare.
Qualunque cosa sia successa non la ricordo, o forse il ricordo è anch'esso ai margini. Della memoria, intendo. 
Troppo doloroso da tirar fuori, troppo mio da perderlo del tutto. 
E in fondo non importa. Neanche il mio vecchio nome ha importanza, adesso.
Un ricordo e un nome non mi renderebbero diverso da quello che sono. Non l'hanno fatto prima, non lo faranno domani.

Ne avevo tanti, di ricordi, prima. 
Ricordi di cose. 
Cose da sapere, da leggere, da imparare. Cose da scrivere, da mostrare, di cui parlare, perché gli altri vedessero quanto ero bravo, e colto, e intelligente.
E le insegnavo agli altri, quelle cose, perché diventassero migliori. 
Di cosa, non lo so. O meglio, allora credevo di saperlo – era importante, allora, sapere – ora non più.
Ora sono altre le cose importanti.
Mangiare, dormire, lavarsi ogni tanto, guardare le vite degli altri scorrere come in un film muto, mentre io vivo la mia con lentezza, un giorno alla volta, per arrivare alla sera affamato forse, ma senza l'ansia di sapere cosa farò domani, il prossimo Natale, la prossima estate. Problemi che riguardano voi. Il mio impegno è arrivare a domani, ed è già sufficiente.

Ricordi di persone.
Avevo figli, prima? Amori, amici, amanti, genitori? Forse sì, forse no.
Se li ho perduti, il loro ricordo è nascosto nel profondo, perché non faccia troppo male.
Se hanno perduto me, non ero così importante per loro da tenermi legato.

Ho fratelli, ora, che vivono sulla strada come me. 
E dividiamo il sonno, a volte, altre la veglia quando il freddo ci tiene vicini e addormentarsi può voler dire non svegliarsi più. 
Avevo un "mio" posto, una volta. Era un posto tranquillo, in fondo a una scala che portava ad una galleria d'arte ormai chiusa. Non troppo freddo d'inverno, non troppo caldo destate. Ci dormivamo, la notte, e di giorno lasciavamo i cartoni a segnare il territorio. Nessuno ci disturbava, anche la guardia notturna della banca chiudeva un occhio, e faceva un cenno col capo prima di proseguire il suo giro. Ma poi poi sono arrivati quei ragazzi con tutti quei cani, e ci pisciavano, sulla scala, e lasciavano tutto sporco e puzzolente. 
A casa mia. Anzi, non mia, della banca, che ha chiuso la scala con una saracinesca, e non ci possiamo più dormire, io e i miei fratelli. 
Ci dobbiamo arrangiare, ma d'altra parte ormai ci siamo abituati, e lo facciamo tutti, ognuno come può. Se non possiamo farne a meno, andiamo a mensa. Io non sempre ho voglia di farlo, perché a volte non mi piace ciò che vedo negli occhi di chi mi serve il pasto, sempre che non eviti i miei, e a volte succede anche quello.
Ci sono giorni in cui mettiamo in comune il poco che qualcuno ha raccolto, altri in cui litighiamo per quello che voi direste niente, ma che è tutto ciò che abbiamo, e che ci aiuta ad andare avanti.
Come un equilibrista sul filo ma quel filo voi non lo vedete.
È ai margini del vostro sguardo.

  indietro   |   indice   |   avanti