la monografia - n. 5   Margini

la segnatura

di colfavoredellenebbie

Stanno setacciando l’acqua fra le due bonifiche.
I pompieri hanno addosso colori tecnologici: calati sui gommoni, rigano un Po muschioso. 
Tante voci, come un traliccio metallico di richiami.
La macchina invece è lì, accostata al parapetto del ponte: la portiera aperta mostra un posto di guida un po’ sciupato e femminile. Disturba, la macchina, di traverso. Da diverse ore.
Qualcuno giura di avere visto per un attimo la donna piccola sul bordo esterno, oltre la ringhiera di ferro. 
Poi più.
La macchina è ferma e schiusa e vuota.
Della donna non sa niente nessuno. 
Ci sono i pensionati in bicicletta lì, in alto, sull’argine. Ragazzi fermi a riva.

Di certo, non solo io ricordo la storia di A. in giorni come questi, ma le bocche in paese restano chiuse e le teste si muovono a dire ‘no’ e basta. 
A vivere tanto ci si sente come il Tiresia di Pavese. 
Ogni storia nell’aria, ascoltata sull’argine o a riva, ogni storia di piazza o di casa sembra la propria.
Forse io sono Tiresia. O forse le storie si assomigliano tutte e tengono un’imprecazione di rabbia, al fondo, o una preghiera.
Non so. 
So solo tornare allo stanzone da cui partiva la corriera, le mattine d’inverno, con le macchie di nafta sul cemento.
Allora la vecchia, con il petto sfatto, usciva dalla porta dietro: un caffè al figlio, che faceva tossire il motore e scarburava, per spuntare la nebbia con quel muso rotondo e azzurro di vecchio scassone.
Nell’odore di finta pelle e petrolio dei sedili, le venature delle mani si facevano viola, sul dorso, e sparivano dentro la manica della giacca, la cartella squadrata sulle ginocchia, come una tavola.
La corriera delle cinque era intorpidita e silenziosa. 
Gli operai della Montedison dormivano, assecondando le curve: il collo molle aveva crolli improvvisi e rapidi rinvenimenti, nervosi come sussulti.
Il fiato si fermava sui vetri e la corriera era una bottiglia di smeriglio: traversava la pianura, tenuta su dai respiri e dai colpi di tosse.
Cosa ci facesse A. così spesso sulla corriera delle cinque non era dato capire.
A. che parlava strano, da sola, di linee e colori.
Non c’era più l’età della scuola e un lavoro vero chi gliel’avrebbe mai dato.
Disegnava, dicevano. Figurini per la sartoria del Corso. Donne di collo a cigno e mani a pizzicare l’aria.
Sulla corriera di uomini sonnacchiosi e lenti, con le pieghe del lenzuolo grinzate in faccia e la barba mal rasata e l’odore del freddo umido raspato addosso, lei era un graffio, un’unghia sul vetro.
Poggiata al finestrino con la schiena, piantava certi occhi addosso, occhi di compasso. 
Mai di fronte, solo di sbieco. 
Mai di fronte, solo di lato.
“Fanno schifo le facce piene. - mi aveva detto un giorno, un giorno di corriera nebbiosa e sonnolenta - Cosa mai si trova nelle facce a tutto tondo… Sanno di troppo. Lucide. Polpose. Cosa si porta via? Sono lumache scivolose e dispersive: non hanno la forza di trattenere uno sguardo. Senza carattere. I profili, i profili sì che mi piacciono. Non c’è bisogno di sbatter contro. Io sto ai bordi e le vedo, le cose, e rubo l’anima… 
Si prendono con un’occhiata i profili e per sempre. Attacco i pensieri alla curva fra naso e fronte. E alla bocca attacco le bugie, e le promesse... ” 
Finiva che A. parlava per sé, sottovoce, col sole che saliva smorto come un’ostia, piccola A. persa in discorsi, in finestre di vapore, in vetri appannati, segnati con il dito. 
Confini instabili a filo d’unghia, geometrie naufragate in basso, goccia su goccia. 
Seguivo muto i suoi profili di nasi a becco e spigoli, come se, nello stare a lato, il mondo diventasse di bordi percorribili, marcato e misurabile, detto nei segni. 
Spessori spianati, travisti nel passaggio fra vuoto e pieno. 
Volumi appiattiti e sagomati come modelli di carta. 
Duravano un attimo, sul vetro, i suoi mondi senza grumi. Tessere tascabili o premio fedeltà per chi ha lavorato a togliere. O a togliersi. 


Si diceva spiasse dalle finestre accese, la sera tardi, vagabonda nel freddo, su certe strade lisce e nere d’umido, quasi a ripassare forme, a rubare sagome, a portar via i profili delle cose.
Si può mai vivere solo sfiorando i contorni?
Non so.
“Dovessi fare il tuo modello, - mi soffiò un giorno nell’orecchio - ci vorrebbe pazienza. A ritagliare la bocca, avrei bisogno di forbici piccoline, perché lì è tutto stretto e breve, è una bocca bambina, col labbro sotto che sporge un po’… Di fronte non la ritroverei, la tua faccia, ma di fianco sì… Nella bocca, sì. No, no, sta’ fermo, ché corrono svelte le curve, sai… Basterebbe un attimo a scombinare tutto, un attimo… Resta così”. 
E il mio profilo segnava il vetro: mi riconoscevo nel rigore della fronte e nelle linee arrotondate e buone di bocca e mento, quasi la parte bassa del volto chiedesse scusa per la severità dell’ alto.
Scuotevo la testa senza dire niente: chi mai parlava con A., la strana, chi mai?
Ma, quando scombinava i segni e li slabbrava, quasi pareva che un poco del mio doppio o della mia anima andasse perso…
“Lo cancello, - diceva - tanto lo ritrovo il tuo profilo, sai? Nei rami dei salici, in golena…Lo sai che i rami dei tuoi alberi ti somigliano? Io ti vengo a salutare la sera, al buio…”

Sì, mi conosceva bene.
E forse quella volta vide, dietro la tenda, il mio profilo di bocca bambina così vicino a un’altra bocca. Vicino. Lo vide confondersi in un altro corpo. 
Forse lo riconobbe. 
La stessa sera sparì nel fiume. 
E c’era così freddo. 
Nell’acqua è facile sperdere i segni riflessi. Basta toccare un punto per aprire cerchi, per smuovere linee, per cambiare tutto. 
A questo pensai. 
A questo penso ogni volta che il fiume ridà un corpo. 
A questo penso, vecchio, rasentando la mia vita. 
Ho imparato a riconoscermi in visioni di frontiera, fra salici e pioppi. 
E so che il mio profilo è la mia segnatura.

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