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Un profilo: armoniose, la morte e la curva
di fuoridaidenti
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La pressoché totale assenza di tracce di frenata sull'asfalto fece immediatamente orientare il flusso delle ipotesi, riguardo alle ragioni e alla dinamica dell'incidente, verso un "malore improvviso", poco prima dell'impatto.
Eppure più d’un dubbio - ma questo implicava capacità deduttive e fantasia - avrebbe avuto motivo d'affacciarsi alla ragione se solo si fosse osservato - con l'attenzione che sarebbe stato opportuno dedicarle - l’apparente dolcezza di quella lunga curva sotto il sole.
Benché sembrasse offrirsi alla sterzata senza pretenderne il controllo puntiglioso, purtuttavia quella curva celava un'illusione, un gioco prospettico, una sua qualche capricciosa pigrizia che la rendeva infida, da non sottovalutare.
Perciò quel "malore improvviso", a dirla fuori dai denti, non s'accordava per niente a precisione e rigore espressi da traiettoria e impatto finale: senza ripensamenti, senza un’ombra d’incertezza.
Pareva quello, ad onta di frettolose spiegazioni, il risultato d'una scelta ponderata.
Frutto, pertanto, di consapevolezza.
La vecchia, stringendosi il bambino al grembiule consunto (fibre sgualcite, fragranze di cucina, calze contenitive color sabbia, calzette di lana rinvoltate, feltracci sformati e stazzonati) disse d'aver sentito "come un frusciare, come un refolo improvviso" alle sue spalle.
E poi lo schianto, la botta, un rimbalzare di metalli sul selciato; il rotolìo dei sassi; un ventaglio di crepe nel muretto; un sibilo prolungato, poi calante; lo sfiato grigioazzurro del vapore; scoli liquidi vari come strizzo succoso; a goccia a goccia la macchia farsi strada; scura, oleosa nel tritume di vetri.
Non è questione di scelte giuste e sbagliate, credetemi, o di ponderatezza; qui si tratta d'urgenze, di buona fede anzitutto, tuttalpiù di rigore.
Me l'insegnò quel raspare rabbioso, l’urlo purissimo di un’innocenza ingannata.
Il gatto (un giovane maschio, una bestia superba) giaceva presso la griglia di scolo d’una fogna.
Il boccone (chi potrà mai saperlo se fosse destinato al topo o al gatto, malignamente, per via di quel pelo nero, come di pece, lo stigma d’una colpa) doveva avergli già spappolato le budella.
Sbavava gialloverdumi schiumosi misti a sangue, grumi, sembrava soffocasse artigliandosi a quel vuoto luminoso a forza di scatti scoordinati (il restante già quasi rigido, incordato).
O forse raggomitolava un’ultima volta fili invisibili; s’aggrappava ad un'ombra, chissà; qualcosa, credo, qualunque cosa diretta verso un altrove.
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Gli schiacciai il collo (ditemi cos’altro avrei dovuto fare).
Una pedata secca, crepitante; si sgonfiò con un ultimo ribollire di tormenti, sborrò così la vita che io intanto bestemmiavo, lacrimando.
Urgenze, buona fede anzitutto, semmai freddo rigore.
Quello rividi dunque quando la curva si concluse.
E dire che una tortora bianca sul ciglio della strada becchettava incurante, che m'estirpavo (pollice ed indice sul bordo d'una narice) un pelo dal naso, che sbirciavo distrattamente il retrovisore...
Non c'è una scala di dignità minimali cui la morte s'attiene, com'è noto.
Giusto che sia così, che proceda senza una logica condivisa.
La vecchia attraversava pressappoco all'uscita della curva, il bambino al suo fianco, lentamente.
Una testina rotonda, calzoni corti come cenci d'altri tempi, entrambi usciti da una foto ingiallita.
Sembrò me stesso lui, oppure mio fratello.
Vecchi cortili, panni stesi rividi, sbadigliò il greto d’un fiume luccicando nell’angolo, mia sorella bambina.
Urgenza, buona fede anzitutto, semmai freddo rigore.
Non ci provai nemmeno, non corressi, esclusi totalmente da ogni rischio quell'inconsapevolezza innocente.
Accelerai dunque (“che sia buio pesto - mi dissi - se proprio deve, che sia notte fonda”).
Avrei voluto solamente a quel bambino poter dire: non ci pensare, vai, corri a giocare, adesso, e ridi.
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