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Come due poveri appassionati
di synesius
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Un’automobile e un parcheggio fra i platani – se questi sono platani poi – e anche un barbone col suo cane e i bidoni verdi della spazzatura e altre automobili ferme, pazienti e silenziose, e ogni tanto qualcuno che arriva, perché da qui non se ne va mai nessuno, e un vecchio che si gode la passeggiata dopo cena e il caldo di un agosto sospetto e le manovre per trovare un posto nascosto che qui non c’è mica un posto nascosto e il parlottare fra sé e sé e poi il suo sorriso – di lei voglio dire – triste e dolce insieme e quello un po’ consapevole e un po’ troppo sognante di lui.
Ma certo, lui, come si fa a non parlarne, perché ormai ha abdicato e tutto ciò che in lui era in potenza lo ha già buttato via, e l’essere riuscito a trovarla significa morire, letteralmente muore d’amore per lei e gode a sguazzare in un torrente di frasi fatte, ma, al di là di questi particolari inutili, lui vorrebbe correre al suo fianco e seguirla nel suo decollo di vita che va beh che lei è giovane e lui no, ma il suo virare e cabrare lungo i giorni e i mesi come una pattuglia acrobatica e intanto salutare con la mano e quel sorriso sulla bocca fanno venire il mal d’aria o il mal d’amore, a seconda.
No, che poi è meglio – giuro, è meglio – glissare sui loro dialoghi, che lei quasi non dice una parola mentre lui emette solo piccoli versi gutturali come quando si fa l’amore, e da quelle due bocche alla fine non escono frasi ma soltanto lingue che, senza entrare in contatto con l’aria calda e umida poniamo dell’abitacolo di un’auto, s’infilano direttamente nella bocca umida e calda dell’altro, come due poveri appassionati quando sono davanti all’oggetto della loro passione, e la loro passione purtroppo è l’altro, sì lo so che è capitato un po’ a tutti e a tutti in modo diverso, ma quando ci si guarda così forte che la propria identità vacilla e tu continui a fissare prima un occhio di lei e poi l’altro come se cercassi nel secondo la conferma di ciò che hai visto nel primo e lei fa lo stesso con te e così tutto si trasforma in una sorta di danza ipnotica, beh insomma, quando ci si guarda in questo modo cos’è, schizofrenia, horror vacui, fiction televisiva oppure amore?
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Succhiami il labbro, titillami il lobo, leccami la gota e baciami il naso, queste sono le parti del loro discorso, semplificato perché dedito alla comunicazione binaria, dove la convenzione linguistica diventa languida, dove non esiste emittente e ricevente ma un’unica cosa un po’ confusa e mescolata eppure, eppure c’è un’ombra che incombe, come sempre, e senza un motivo logico, perché non succede come nei libri o nei film che bisogna sforzarsi di cercare non tanto il verosimile né il plausibile quanto il consequenziale, azione reazione insomma, no no, nelle cose vere non accade così, perché tipo all’improvviso o muori o ti redimi o esci pazzo e la trama s’interrompe, ma nella vita non c’è mica un editor o un produttore che stia attento a queste cose, eh no, nella vita viene tutto lasciato al caso e così, e così lui o muore o si redime o esce pazzo e lei soffre, soffre tanto e qualche volta guida da sola fino al parcheggio e se ne sta lì ferma per un’ora o due a pensare a quell’ora o due trascorsa proprio lì con lui, e questa scena – insieme alla prima - è proprio l’unica che non dico potrebbe entrare in un libro o in un film, ma essere presa in considerazione da qualcuno che ha in mente di scrivere una storia, beh sì, questo sì.
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