la monografia - n. 5   Margini

la storia infinita

di achille

Sul mio sussidiario dell’elementari c’era una storia della quale non ricordo l’autore. Ma chi se li ricorda gli autori delle cose scritte sui sussidiari? La storia invece me la ricordo bene. Raccontava di un bambino povero che non aveva la televisione. Era un bambino triste, perché tutte le mattine a scuola gli altri bambini parlavano di quello che avevano visto alla tv la sera prima. E lui stava zitto. Una sera però, quel bambino uscì sul suo balcone, e si mise seduto ad ascoltare i rumori che venivano dai televisori accesi nelle altre case, e si inventò una storia con tutti quei frammenti. E la raccontò agli altri bambini il giorno dopo, come se fosse un film. E gli altri bambini la trovarono una storia talmente bella da essere più bella di quello che avevano visto loro, che la televisione ce l’avevano.

La stanza del mio ufficio dà sulla strada. Ad essere più precisi e sinceri, sul marciapiede. Perché è una specie di seminterrato. Avete presente Bianca? Con quel personaggio che vede le scarpe di tutti quelli che passano? Ecco, bravi. Solo che io non le guardo, le scarpe che passano. Io guardo il monitor, io devo lavorare. Però non posso fare a meno di sentire. Di sentire i frammenti dei discorsi che passano. Il pezzo di discorso nel momento in cui arrivano davanti alla mia finestra. Non so se avete mai ascoltato gente che parla senza sapere di essere sentita. È come essere l’uomo invisibile. Solo che io sono un uomo invisibile immobilizzato. Il mio potere è la mia maledizione. Sono l’uomo invisibile per tante persone, ma solo per pochi secondi. Sento uno scambio di battute tra due ragazze. L’accorato appello di un signore al telefono. Le domande di un bambino alla sua mamma. La confidenza di una signora al suo cellulare.

All’inizio mi sembrava solo una distrazione. 
Poi. 
Poi ho cominciato a tornare a casa la sera con una strana inquietudine. Nel mio sonno ritornavano le voci senza volto e senza un seguito. 
Che risposta avrà avuto quel tizio che diceva “…ma non potrebbe venirmi incontro ancora una volta?” 
Che problemi avrà avuto quella signora che sussurrava “…io non ce la faccio, lo sai...” ?
Che cosa stava per raccontare l’amica dicendo “…perché non sai cosa è successo dopo…”?
Non so se avete mai provato a ricostruire una storia senza saperne l’inizio e senza saperne la fine. Io di notte lo facevo. Prendevo un mozzicone di frase. Cercavo di immaginarne il prima e il poi. Lo mischiavo con altri. Ricostruivo le situazioni in base alle mie esperienze. Le assimilavo a film visti e libri letti. Azzardavo strani incastri in un enorme ipertesto stradale. Una fatica vana e senza possibilità di verifica. Ogni notte ricominciavo da capo.

Poi, un giorno, stavo quasi per andare a pranzo, una giovane donna passa da lì e urla nel suo auricolare “No, no, tu non puoi farmi questo, non puoi”. Non so cosa sia successo. Non so se lo rifarei. Sono corso fuori. L’ho vista. Prima di rendermi conto che non sapevo chi fosse ho urlato anche io “Cosa? Cosa ti ha fatto? Chi?”. Il terrore sul suo volto mi ha risvegliato. Qualcuno si è girato alla fermata del tram. Prima di essere raggiunto da un paio di vigili urbani incuriositi sono rientrato di corsa in ufficio.

Ora la mia stanza dà su un cortile sempre vuoto. Lavorando non sento più nessuno. A volte vado al cinema e, nel mezzo di un discorso, mi alzo e me ne vado. Torno a casa e cerco di immaginare il prima e il poi. La sera dopo però torno a vedere il finale. 

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