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le note a margine
di manila benedetto
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Mi voltai di scatto mentre la bottiglia dell'acqua cadeva per terra spaccandosi in tanti piccoli pezzi.
"Dannazione" pensai devo pulire questo disastro prima del
suo arrivo.
E mentre mi alzavo dalla sedia per prendere dalla cucina uno straccio, non mi accorsi che.
Avevo lavorato per ore a quel pezzo. Ore di impegno, di voglia di far bene. Ore dedicate alla scrittura, ore dedicate a
lui. Ore sacrificate, faticate, immolate all'unico obiettivo: compiacerlo.
Avevo lavorato ore ad un pezzo scritto a mano, perché a
lui piaceva così. Un pezzo unico. Talmente unico che non avrei più potuto recuperarlo da quella pozza d'acqua in cui era caduto.
Ironie.
Affogato in una bottiglia di acqua minerale, il mio pezzo unico se ne stava sul cotto del pavimento a scolorirsi.
Io, invece, affogata nell'angoscia di essere stata la colpevole di quel piccolo omicidio intellettuale, me ne stavo ben salda con i piedi nudi sulla mia mattonella marrone, in attesa che un miracolo riportasse lacqua al suo posto, e i miei fogli alla loro integrità
Ma di integro quella sera non c'era nulla. Non lo erano i miei fogli, non lo era la mia coscienza. E neanche la mia moralità.
Integro non cera nulla in quella casa, quando ci vivevo sola in attesa del
suo arrivo.
Pensai. Lui sarebbe tornato a casa da lì a poco. E mi avrebbe trovata in piedi, con uno strofinaccio in mano, a guardare le parole (parole per lui) affogare.
Così per un moto involontario comandato dal mio istinto di sopravvivenza - urlerà, urlerà e mi dirà che sono un'incapace, mi farà del male con le sue parole, soffrirò, devo evitarlo - mi inginocchiai, e come per espiare la mia pena, iniziai ad asciugare l'acqua, a raccogliere minuziosamente i vetri - senza mai toccare i fogli, ormai vuoti di parole, pieni dell'informe macchia dell'indisciplina.
Già, Lui sarebbe tornato a casa di lì a poco. Sarebbe tornato a casa e mi avrebbe trovata per terra, con i fogli bagnati, senza disperazione sul volto, senza nessun evidente senso di colpa. Eppure ero colpevole. Ma della mia colpa avevo sempre fatto un vanto. Sarebbe tornato a casa e mi avrebbe detto ancora che ero un'incapace. Ed io avrei abbassato lo sguardo. Convinta ormai di essere un'incapace. Un'ottima incapace, la migliore della mia specie.
Alle dieci lui sarebbe arrivato a pretendere la
sua dose di parole quotidiana. Ma non l'avrebbe avuta.
Potevo solo restare lì per terra, ed aspettare che
lui, arrivando, mi dicesse 'incapace!', guardando la bottiglia rotta, i fogli illeggibili, i vetri nelle ginocchia, il mio sangue sul pavimento. Ma nessuna lacrima versata.
Sì. Poi lui arrivò. Senza far rumore.
Io, inginocchiata, senza avvertirlo alle mie spalle, osservavo le ultime parole rimaste perdere la loro forma e diventare una macchia pastosa come i miei pensieri.
Lui intanto guardava, pareva quasi ascoltasse qualcosa che nel silenzio, invece, non cera.
Quando una sua mano si posò sulla mia schiena, io non mi voltai. Credevo che a quella mano sarebbero seguite parole dure, più dolorose di uno schiaffo. Sapevo quanto sarebbe stato bravo a farmi male, quanto l'avrei fatto godere di quella
sua ennesima vittoria.
Ma lui quella sera non parlò. Restò lì per un attimo con la mano sulla mia spalla. Poi si voltò e andò via.
Rincuorata dal non essere stata ferita dalle sue parole - chissà quale sforzo avrà fatto a non dirmi i suoi pensieri, a non sfogare la sua rabbia su di me, a non punire i miei errori, a non far trionfare ancora il suo ego
- riposi lo straccio, gettai i vetri. Incosciente. Più forte il corpo della mente, caddi, stordita, nella piccola pozza di sangue che il mio ginocchio ferito aveva lasciato per terra (sangue che, timoroso dei fogli, li circondava, senza lambirli mai).
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Buio.
Quando riaprii gli occhi c'era il sole. Dalla finestra giungeva il primo sole di un fresco mattino d'autunno. Della sera prima non restava che una fascia sul mio ginocchio, e la remota, vaga, sensazione di aver smarrito un pezzo della serata. Di aver dimenticato, non vissuto, il momento successivo alla pozza di sangue.
Anche di lui non c'era traccia - come sempre. Si alza all'alba, non lo trovo mai accanto a me. Lui non c'è, ma oggi è un bene, non deve essere stato gradevole trovarmi inerme e insanguinata e dovermi lavare e portare a letto. Il letto è pulito, in effetti. Un gesto eroico, da parte sua. Conoscendolo, dico - la casa era vuota. Silenziosa e vuota. Come sempre.
In bagno curai la ferita e poi mi sedetti sul bordo della vasca, davanti allo specchio, chiedendomi se ne valeva la pena.
Di stare con lui.
Se quel silenzio, le mie solitudini preconfezionate - in comodissimi pacchetti che lui mi lascia ogni sera sul comodino - se le lunghe attese potessero essere compensate da qualcos'altro.
Mi risposi che forse.
Poi mi risposi che sì
Uscita dal bagno scoprii che sul tavolo c'erano ancora i miei fogli. Quelli affogati della sera prima. E non erano completamente illeggibili come mi era parso
(sperato) in un primo momento. Si riuscivano a distinguere bene ancora le parole, e il testo, nel suo complesso, era comprensibile.
Infatti lui non si era risparmiato.
"Puoi decisamente fare meglio", recava ad un lato il primo foglio. Scritto in rosso, che si leggesse bene.
E scritto più in piccolo, in basso, "ti bacio sulla ferita".
Ecco svelato tutto, signori. Erano queste frasi scritte in piccolo che mi tenevano ancora legata a
lui. Era questo dosaggio minimo di dolcezza che mi impediva di andare via. Di sbattere la porta, lasciare le chiavi e trovarmi una vita migliore.
Anche quella mattina scrissi. E ho scritto ancora parole nel corso degli anni.
Ho imparato che quando qualcosa non mi piace particolarmente è meglio bruciarla, strapparla, farla sparire. Una volta ho comprato anche un
tritacarta, uno di quei diabolici marchingegni che distruggono i fogli. Poi ho deciso di mettere fine all'ode all'amanuense e di riprendere a scrivere meccanicamente, andando incontro alle
sue ire. In fondo, sono sempre andata incontro alle sue ire. Per qualsiasi motivo. Per un motivo qualsiasi.
Infine il Tempo.
Molte cose sono bruciate, molte cose sono rimaste.
Alcune le ho ritrovate, e poi ci ho fatto dei libri. Altre le ho bruciate a distanza di anni. Il tritacarta s'è rotto quando la garanzia era già scaduta. Ma di tutte quelle molteplici cose non ho mai ritrovato il foglio che scrissi la mattina del risveglio sotto il sole di un fresco autunno appena iniziato.
Di tutte le mie parole, ho sempre creduto perse quelle che seguirono il suo silenzio nella mia stanza, la notte che tornò a casa e mi baciò sulla ferita.
Nonostante tutto. Nonostante fossi un'incapace. La sua incapace.
Di tutte le mie parole, piene di note a margine con la sua scrittura storta e rossa che dice che no, non va bene, che nulla è completo e maturo, che tutto è da limare, cesellare, cambiare, di tutte le mie parole, ho ritrovato oggi quel foglio vecchio, di anni passati senza ricordarne l'esistenza. E c'è una nota a margine che non avevo mai letto.
E in nero.
E dice: "questo è meraviglioso" e più in piccolo: "come te".
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