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partire è un po’ morire
di gala (giappone)
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A quasi due mesi di distanza dal mio ritorno dal Giappone, mi sembra di avere davanti agli occhi ben chiari e definiti tutti i luoghi della magnifica Tōkyō, paradossalmente ancor più di quando avevo la fortuna di viverci, e se non ricordavo quale negozio c’era a un determinato angolo di Shinjuku, quale fosse il nome di un piccolo santuario shintoista a Komaba, o quale fosse il jingle della fermata di Takadanobaba, mi bastava salire su un treno e in pochi minuti la mia curiosità era appagata. Ora purtroppo non mi restano che foto e ricordi, e la fisionomia della capitale del Sol Levante è come una preziosa reliquia da onorare ogni giorno, almeno fin quando non avrò la possibilità di tornarci (e qui incrociamo le dita…).
Dalla redazione di Sacripante mi è stato chiesto un pezzo “postumo”, e dopo un risolino iniziale ho dovuto ammettere che l’aggettivo era quanto mai indovinato. Perché sin dall’inizio della mia esperienza tokyoita ho realizzato che si trattava di una “vita a parte”, con nuovi ambienti, nuovi colori, odori, sapori, nuove persone, diverse da me. Ero nell’altra metà del mondo. E ho avuto chiara davanti agli occhi anche la triste realtà che non sarebbe durata per sempre, e insieme a me i miei fantastici compagni di avventura, giapponesi e non.
Un momento, più degli altri, ha involontariamente celebrato l’allora imminentissima “morte” del nostro anno insieme: la crociera nella baia che abbiamo fatto la notte del 15 Luglio.
Era una serata bellissima e calda, ed eravamo completamente rilassati e felici perché nel pomeriggio avevamo terminato gli esami di grammatica, la prova più importante per tutti i cosiddetti bekkasei, cioè “studenti iscritti a un corso speciale”, denominazione che indicava noi studenti stranieri nel programma intensivo di lingua giapponese all’università Waseda, una tra le istituzioni di punta nel panorama educativo nazionale.
Con le borse piene di libri ci siamo ritrovati a una fermata della linea ferroviaria sopraelevata poco distante dal quartiere artificiale di Ōdaiba dopo una momentanea separazione, chi per consumare un pasto veloce, chi per andare a indossare lo yukata (un indumento tradizionale simile al kimono ma più leggero, in cotone, che si indossa in estate o alle terme), chi per un primo giro di alcolici. Ancora chiacchierando dell’esame attraversavamo un bellissimo tramonto tokyoita a bordo di un treno che sembrava correre nel cielo; vedevamo la città sotto le rotaie ed eravamo all’altezza dei piani alti dei grattacieli.
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Anche della Tōkyō Tower riuscivamo a cogliere soltanto la parte superiore. E a turno restavamo in silenzio dicendoci con lo sguardo che stava per finire, che tutto quello doveva restarci ben impresso, perché non l’avremmo mai più rivissuto, forse, e certamente mai più così, tutti insieme, una strana famiglia legata da passioni e sogni in comune, amori, amicizie, parentele, una decina di ventenni da Giappone, Taiwan, Italia, Francia, Austria, Svizzera, Germania, Marocco, Nuova Zelanda, Stati Uniti.
Saliti a bordo abbiamo preso da bere (nel prezzo del biglietto erano incluse bevande a volontà) e ci siamo divisi per un po’, ciascuno nella parte della nave che preferiva con la compagnia che preferiva. Io sorseggiavo birra e ascoltavo il mio amico taiwanese che mi parlava dei rapporti tra il suo Paese e la Cina. Con la mente all’isola che un tempo si chiamava Formosa e al futuro di cui lui si preoccupava e in cui saremmo stati entrambi (“puoi sempre venire in Italia da me, sai?” gli dicevo, ridendo, e lui mi rispondeva: “ma ci sarai, tu, in Italia?”) guardavamo Tōkyō che si perdeva tra le luci di cui è fatta, e il pensiero finiva per andare a due settimane dopo, quando da un aereo diretto a Londra avrei visto la mia bella vita svanire sotto i miei occhi insieme al mio migliore amico, all’università dei miei sogni, alla mia piccola camera, la casa della maestra di cucina, il caffè in cui insegnavo italiano, il museo che mi piaceva tanto, la mia banca, il cinema del mercoledì, i club del sabato sera e le izakaya (equivalente giapponese del pub) del venerdì. E tanto altro ancora.
Ho pensato per un attimo che essere un malato terminale, avere la consapevolezza di stare per morire, dovesse dare la stessa emozione; oltre alla tristezza, si ha la chiara percezione che la vita è meravigliosa, e che non ci si possa augurare nulla di più bello che la certezza di averla vissuta pienamente. L’ho detto al mio amico, lui ha sorriso, ha confermato. Poi ci siamo decisi ad abbandonare questi pensieri troppo importanti per una nave festaiola e un venerdì sera a Tōkyō e siamo saliti sul ponte con gli altri, dove si ballava “Volare” e dove il gruppo di giapponesi si apriva per dare spazio agli stranieri, per vedere e unirsi alla danza folle e disperata di una comitiva di matti che non solo erano finiti in quel paese e ne avevano imparato la difficilissima lingua, ma lo avevano anche amato al punto da voler dimenticare che stavano per lasciarlo, che quella “vita a parte” era stata la parte più bella della loro giovane vita.
E una parte dell’inno di Waseda dice che la gente si incontra, poi si separa, ma il cielo verso cui alziamo lo sguardo è e sarà sempre lo stesso per tutti.
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