Cose dall'altro mondo

pollo blanco

di mattia landoni (usa)

Perché sbattersi a prendere un aereo e imparare il Judo, quando hai il Giappone sotto casa. Al fast food ************* si possono avere per pochi soldi e in pochi minuti delizie come Pollo Hibachi, Pollo Teriyaki, Gamberi Hibachi, Gamberi Teriyaki, Bistecca Hibachi, Bistecca Teriyaki, Pollo e Gamberi, Bistecca e Pollo, Bistecca e Gamberi.
Non una grande varietà, ma tutte le possibili combinazioni.
Oh, dimenticavo: c'è anche il sushi.
L'atmosfera è surreale. L'interno è illuminato da una luce al neon come quelle dell'ospedale. Un altoparlante diffonde piano una musica d'arpa dal suono vagamente asiatico, e le pareti sono adornate con grandi immagini del Sol Levante. Piante di Sakura – il meraviglioso pesco dai fiori rosa – contendono la scena a paesaggi zen con ponticelli in legno bruno e arcate di pietra. Il bancone degli ordini è di formica lucida squillante di giallo e rosso, sovrastato da un logo a caratteri cubitali e da un pannello luminoso che mostra le varie delizie, come in tutti i fast food. A fianco una grande vetrata permette di sbirciare in cucina per vedere quello che succede.
Sbirciamo. C'è una vera piastra come in Giappone su cui due cuochi, a turno, cucinano pollo, gamberi e bistecche (chissà come, però, in Giappone la carne non sa di gambero). Entrambi i cuochi portano una maglietta rosso vivo e un berretto dello stesso colore con il logo del ristorante. Sono pingui e felici, ma non sono giapponesi. Sembrano entrambi messicani, in realtà. Ma forse è solo un'impressione.
Ora che ci penso, entrando ho notato un cameriere smilzo. Mi giro e lo guardo, pelle oliva, occhi furbi. Sembra messicano. Dove sono i giapponesi?
Eccomi soddisfatto: alla cassa due ragazze dai dolci occhi a mandorla prendono gli ordini e servono i clienti. Mi avvicino ed ordino del Pollo Hibachi. La prima ragazza si gira e dice qualcosa alla seconda. Ehi, non sono nato ieri. Quello non è giapponese, è cinese mandarino. La ragazza nippocinese si gira verso la cucina e grida: Pollo Blanco! E poi si gira verso di me e con un grande sorriso mi dice: Hibachi Chicken è un po' lungo! Please wait che chiamiamo il tuo numero!
Sono sconcertato. Credevo di aver trovato un piccolo angolo di Giappone, ma mi trovo in una babele sinoispanica. Il cuoco parla solo spagnolo, così il cameriere smilzo. Le ragazze alla cassa sono le uniche che parlano inglese, e parlano spagnolo coi cuochi e cinese col titolare. Notevole il titolare (un anziano cantonese) che è venuto dalla Cina e ha messo in piedi un ristorante senza sapere l'inglese. E nessuno parla con il cameriere smilzo: decido di parlargli io.
Una volta preso il mio pollo Hibachi, vado al bancone delle salse (sincretismo di tex-mex e wasabi) e prendo una deliziosa dip a base di maionese. Mi siedo e aspetto il momento propizio per agganciarlo. Quando mi passa vicino con lo spazzolone gli chiedo se devo spostarmi, giusto per attaccare discorso. “No, no. Thank you. Don't move”. Gli dico qualcosa di più complesso in inglese, non capisce. Perfetto. “Perdona. Tengo que hablar espanol?” “Si! Hablas espanol?”
No, non so lo spagnolo, ma per te questo e altro. Si chiama Juan (nome di fantasia) ed è di Vera Cruz. Parliamo un po' del più e del meno e mi racconta che al suo paese ci si saluta facendo un “3” con le dita (pollice, indice e medio). Mi chiede di dove sono. È simpatico. 
Cucinano bene i messicani... Piano piano arrivo a conoscere l'intero staff. Il cuoco (che chiameremo Xavier) e Juan sono amici. Parliamo spesso del più e del meno, e ogni volta trattengo a stento la mia curiosità di studioso di migration policy. Vorrei vuotare il sacco delle mie domande, ma ho paura di spaventarli e alienarmi la loro amicizia.
L'ultima cosa che vorrei è che pensino che sono un poliziotto o qualcosa del genere. Beh, pare che sono stato fin troppo prudente. Un giorno mi si presenta un'occasione d'oro. Xavier mi prende da parte un momento e mi spiega che vuole “conseguir un libro”. Va bene, gli dico, vuoi che ti prenda un libro. Sì, ma in spagnolo. In libreria non si trova. Io non posso acquistarlo su internet.
Immagino il perché. Ho sentito di una persona che si è trovata i poliziotti a casa per aver comprato libri sospetti su Amazon. I libri parlavano di Islam, quindi era logico pensare a una terrorista, non a una professoressa di lingua e cultura araba. Certo, Xavier sa che essere un terrorista non è come essere un clandestino – non ci sono 8 milioni di terroristi in USA – ma la prudenza non è mai troppa.
Guadagnata la sua fiducia. Giusto ieri gli porto il libro e gli spiego che ho delle domande un po' personali, se non gli dispiace. Fai pure, dice, e gli chiedo la storia della sua vita. Niente che non si fosse già sentito, ma almeno sono informazioni di prima mano.
Pare che Xavier e Juan siano venuti da Vera Cruz quattro anni fa. Da allora, per paura di passare attraverso il confine, non sono mai tornati a casa dove li aspettano moglie e figli. Entrambi lavorano irregolarmente per un salario (...netto) bassissimo: cinque dollari l'ora Juan, sei e mezzo Xavier. Ma mi tranquillizzano subito: lavoriamo undici ore al giorno per sei giorni alla settimana, così riusciamo a fare mille dollari al mese. Pare che questa sia la situazione normale dei messicani. Vengono da un paese dove pochi vanno oltre la scuola elementare e dove la sottooccupazione è endemica. Ma, al contrario di molti altri popoli, i messicani hanno un vantaggio: il confine con gli Stati Uniti d'America, un privilegio praticamente inalienabile.
Juan e Xavier sono venuti para el deserto. Come, a piedi? Ridono. Sì si. Caminata larga. Come funziona, gli chiedo curiosissimo. Ci sono persone che vi aiutano? Si. Hay personas que conoscen el camino. E hanno delle camionette, per arrivare vicino al confine. Poi si attraversa a piedi. Dall'altra parte, l'organizzazione ti preleva e ti porta alla civiltà. E quanto vogliono queste persone? Circa 2000 dollari.
E' un investimento. Se vieni scoperto (il che non succede di frequente, a quanto pare), non faranno altro che rimandarti a casa. Non possono fare altro. Una vacanzina, vedere i tuoi... che cosa puoi chiedere di più? Dopo un mese puoi già ripartire. Non è come in Europa dove per un lavoro devi piangere per favore. Qui arrivi, entri in un ristorante, chiedi “avete bisogno di personale?” “Sì. Vieni domani.”
Il valore economico dell'investimento è indubbio. Duemila dollari, almeno nel luogo dove mi trovo, sono una cifra che si accumula in circa quattro mesi. Di qui in poi inizia il risparmio, e le rimesse alla famiglia con Western Union, un po' di respiro. Magari i figli andranno a scuola. Meglio saperli a scuola che vederli zappare la terra.

E' sera. Xavier e Juan vanno a casa insieme su un pick-up bianco scassatissimo insieme ad altri messicani che lavorano nella zona. Prima di andare, Xavier mi dice che devo guardare un altro sito internet per lui. E' importante, vuole fare un trabajo, un business. Si tratta di pollo.
Pedro mi saluta con l'indice e il medio, come il segno di “vittoria”, che a Vera Cruz significa arrivederci. “Se hai altre curiosità... chiedi!”
Non vedo l'ora. 

  indietro   |   indice   |   avanti