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In onore di Sandy Booker
di ilrusso (russia)
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È strana la vita, caro vecchio Sandy.
Chissà com’eri felice quel giorno: finalmente, dopo tante peripezie, il visto era arrivato, ora non c’era più alcun ostacolo che ti avrebbe impedito di portare in America e sposare la tua amata Svetlana (beh, la tua anziana mamma ancora non sapeva niente, non era facile spiegarle, scelta da un catalogo e russa per giunta…, ma quando l’avrebbe vista, anzi quando vi avrebbe visti insieme, allora, sì che avrebbe capito!).
Sono straordinari i nostri tempi, scommetto che pensavi, anche i sogni più impossibili ci vuole poco a realizzarli ormai. Così ora tu, un operaio specializzato, americano, di quarantanove anni, ti ritrovavi a Mosca ad assistere al più famoso musical russo, abbracciato alla tua futura nuova moglie; chi l’avrebbe mai detto solo qualche anno prima?
Era bello lo spettacolo, si stava bene, il teatro era stato appena ristrutturato per l’occasione, l’atmosfera era speciale, il pubblico elettrizzato (le so bene queste cose, anch’io sono stato lì sei mesi prima, mano nella mano a Natascia). Gli effetti speciali, poi, erano straordinari. E infatti, quando quell’uomo in nero, mascherato e armato di fucile mitragliatore apparve all’improvviso sulla scena, ci fu qualcuno addirittura che applaudì.
E poi fu l’incubo. Durante quelle terribili 57 ore provasti più volte a chiudere gli occhi e a riaprirli subito, perché tutto quello doveva essere certamente un sogno. Ma non ci impiegasti molto a capire che non avresti più rivisto la luce del sole. Per un attimo ti venne anche un dubbio, forse un pentimento, e ti venne da chiederti “Ma che ci faccio io qui??”.
Ti ritrovarono, come gli altri, che sembrava dormissi di un sonno pesante, sul tuo braccio si poteva leggere, scritto a penna, “Ti amo Deborah!”. E pensare che se solo avessi potuto affrontarli di persona, tu, uomo mite che non avrebbe fatto del male a una mosca, cristiano praticante, stimato insegnante di judo ai bambini del quartiere, gliela avresti fatta vedere tu a quelli!
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Il resto è cronaca ordinaria, la TV di Oklahoma City che interrompe i programmi, la telefonata del Consolato Americano, la disperazione di tuo fratello, le coccarde e i nastri bianco rosso e blu appesi ai cancelli dello stabilimento della General Motors, 3.000 dollari raccolti dai colleghi per aiutare la famiglia (ma come sanno essere teneri e commoventi a volte gli americani) e Svetlana che prima si strappa i capelli e poi si organizza (povera donna, ha perso là dentro anche la figlia tredicenne), ma il tribunale di Mosca rigetta la sua domanda di risarcimento (però, 487.000 dollari, che bella sommetta!) e i tuoi amici non riescono a far decollare il Fondo di beneficenza istituito proprio per permetterle di volare negli Stati Uniti. Che ne sarà ora di lei?
Vedi, caro vecchio Sandy, in che razza di vita ci tocca vivere oggi (oh, scusa, chissà
cosa daresti, eh, per essere ancora dei nostri…).
Cade il 23/26 ottobre il terzo anniversario dell’occupazione da parte dei separatisti ceceni del Teatro della Dubrovka a Mosca. 57 ore durò il sequestro di 922 persone fino a quando le forze speciali russe irruppero nel teatro, non senza aver prima neutralizzato, uccidendoli con un gas misterioso, i terroristi, oltre a 117 (o 129 – ma alcuni dicono che in seguito ne sono morti diversi altri ancora) spettatori.
Sandy Booker ha lasciato la mamma, la figlia Deborah, il fratello, la sorella e tanti amici, oltre a Svetlana la promessa sposa.
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