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(parole che accadono altrove)


due volte diciotto anni

di daniela gambino

Come ogni tramonto, Mara accende la piastrina. Quella di ddt, un punto di luce blu che spande olezzo: insospettisce gli insetti. 
“Mi sono tinta i capelli, che delle volte una donna deve affidarsi alla chimica cosmetica, dico, mica può trovare le risorse tutte dentro se stessa”. Ma l’amica con cui chiacchiera al telefono dice che facevano charme i primi capelli bianchi. “Erano solo pochi e sparsi, cretina che sei”. Eccola, la prima resa a un destino comune: la fuga dall’età. Un brusio dalla cornetta, dice che in città fa caldo boia, dice “beata te che stai al mare”. Mara intanto almanacca: bisogna che compri il vino, colga il basilico, bisogna che cucini, il pesce, sempre pesce, se stai al mare è un obbligo sociale. È per questo che odia le vacanze, odia stare tutto il giorno in costume, odia non fare niente, odia il puzzo della piastrina al piretro. S’attacca al telefono. Spende una fortuna in schede. C’è un solo punto, una porzione di mattonelle del bagno, dove il cellulare ha tutte le sue tacche di ricezione, in questa casa. “Ma come si fa a stare fuori dal mondo?”.
Poi si materializzano: i maschi. I giuseppi, i stefani, i massimiliani, i marchi, i fabii, ci stanno sempre bene in una telefonata fra amiche. Marco è un nome assai gettonato che si presta ad amori impossibili. Breve e schietto, il Marco, rimanda a una faccia cortese e a un dignitoso diniego, animato da frasi tipo: “è che mi piaci troppo”, come dire “è che non mi piaci abbastanza”. I maschi, comunque, sono sempre presenti in una telefonata. 
I maschi, per monetizzare, occupano almeno un tre quarti della scheda telefonica, di una donna degna di questa definizione. I comportamenti dei maschi vengono quantificati attraverso numeri. Quante volte lo hai visto?, quante volte ci hai fatto sesso?, quante volte ti ha chiamato? (le chiamate che fai tu, non contano, anzi, sono conteggiate come handicap), quanti giorni resiste senza farsi sentire?, da quanto tempo state assieme?. Le donne meno avanzate sono molto attente a quanto un uomo spenda per loro ( Mara ha udito con le sue orecchie una donna vantarsi del corteggiatore che le aveva pagato cinema e pizza, manca le avesse regalato un panfilo) altre sono attente alla durata del coito, alla dimensione dell’organo genitale, alla lunghezza dei capelli, all’odore delle ascelle e dei piedi. L’amore si misura anche dai comportamenti quotidiani tipo:“quante volte si fa la doccia?”. Si deve dubitare di un uomo che non è fresco di barba prima di un appuntamento galante. Poi Mara deve mettere giù, che è l’ora dell’aperitivo in piazza. E si mangia patatine e noccioline, con le amiche con cui può parlare aggratis, e dice “sono una bomba calorica”. Le altre annuiscono, e intanto mangiano. Tutte insieme, si dicono, “no, più tardi non posso cenare, con tutto quello che sto ingoiando”, e fermano il cameriere e si fanno portare un’altra scodella di salatini, con quelli schiacciati, come si chiamavano, quelli lì messicani. Una di loro ricorda “come l’anno scorso”. 
Da quanto tempo si fa sempre la stessa vacanza? Pensa Mara. “Da quanto tempo non visito una capitale europea?”, chiede ad alta voce. “A ridaje - dicono gli altri - ogni anno è la stessa storia, e vacci in una capitale europea, vatti a vedere una mostra, una galleria, lo dici ogni anno e non lo fai mai. Chi te lo impedisce?”. E già, nessuno. Lo dicono le amiche sposate con figli: tu puoi andare dove ti pare. Ma lei non va mai da nessuna parte. Le amiche sposate pare che la invidino. Non è un sentimento reciproco, anche se sempre più persone la indagano: “ma lei non è sposata? – chiedono -, e che aspetta?”.
Vanno a vedere un film sperdute in una nuvola di zanzare, in un’arena rumorosa con le sedie dure come pietre. Dei bambini strillano che vogliono il gelato. Dei genitori strillano che vogliono silenzio. Dei vacanzieri singles fanno i tolleranti “che bisogna capirli: i bambini sono così”. Nella penombra guarda il profilo di uno seduto accanto che pare che la guardi quando lei non lo guarda. “Ehi, questo accanto mi guarda – dichiara –, mi dite com’è in faccia che io non mi posso mica girare?”. Girarsi non fa parte del piano di accalappio. Però la curiosità è femmina. L’amica accanto sporge il collo. “Non è cesso, ma mi sa che sta con la moglie” osserva. “Mah! – esclama lei, teatrale – non c’è più mondo guardano pure gli uomini sposati!”. L’amica le fa gentilmente notare “guardano soprattutto gli uomini sposati”. 
Quando le luci si accendono si accorge che il tipo è il marito di una sua vecchia conoscente. Coglie l’occasione per salutarla. Il marito le dà la mano per presentarsi ed è tutto contento: si chiama Piero. Ora Mara si pensa come può essere un Piero nella sua vita, nelle sue telefonate. Piero non è brutto.
Ha una faccia che si accorda male col suo nome. Quando se ne vanno lui le mette in mano un biglietto. È un attimo, la moglie, la conoscente, non se ne accorge. Questo Piero dev’essersi allenato con anni e anni di pratica a mollare biglietto con numero di telefono alle amiche della consorte. Mara lo chiama dopo due giorni, e glielo dice: “sei bravo a lasciare biglietti”, “mia moglie ha molte amiche carine”, confessa lui, “anche lei è carina”, è costretta ad osservare Mara, “sì, ma è mia moglie”. Le dice che il tempo rende tutti anonimi. Quella parola resta in mente a Mara per ore: anonimi, senza volto, senza identità.
Ma non succede niente. Il Piero non s’infila in mezzo alla caterva di giuseppi, stefani e marchi, rimane un approccio a se stante. Lei se lo guarda come un fenomeno da baraccone, certa che prima o poi diventerà anonimo, ma nessuno si stupisce, nessun tira fuori parole come immorale o sleale per commentare un maschio sposato che semina biglietti col numero di telefono. E una tipa single che lo chiama?. “Così, ero troppo curiosa”, si schernisce lei.
La vacanza volge al termine. 
Mara si vede con le amiche al solito bar.”L’appuntamento è per l’anno prossimo”, dice una.
Lei pensa che un altro anno è passato, che tra poco è il suo compleanno, trentasei anni: due volte diciotto anni.
Si sente un po’ sola. Si chiede se è il caso di sposarsi o se può ancora aspettare. Se si interroga a fondo vuole aspettare. Immagina che con gli anni la domanda diventerà più incalzante. Pensa che può benissimo sposarsi a 80 anni, pensa che se passa il tempo a preoccuparsi di quel che pensano gli altri allora sta fresca. Pensa che è da idioti cominciare a preoccuparsi dell’età già adesso, anzi, che è da idioti sempre, quasi offensivo.
Sul traghetto del ritorno vede Piero e sua moglie, si salutano. La coppia le racconta che vuole fare un figlio, per l’anno prossimo, che loro credono nel family planning e per questo ne parlano in anticipo. Parlano al singolare, anche se sono in due: è inquietante. Piero guarda Mara, Mara guarda Piero, la moglie se ne accorge. La moglie mette il muso. Mara pensa che può ancora spettare. Pure la moglie di Piero pensa lo stesso, pensa che deve dargli tempo, al marito, che forse l’idea di un figlio lo rende irrequieto, che è troppo poco, questa distrazione, per mettersi a pensare di lasciarlo. Passa la serata senza dire una parola, la moglie, e continua a domandarsi se è giusto fare un figlio con uno che non fa che guardare le sue amiche. 
Mara pensa che la sua idea di matrimonio è proprio un’idea del cavolo.
La moglie di Piero pensa che: “un figlio con chi lo fa? Ha quasi trentasei anni, due volte diciotto anni”.
Mara pensa che ha tutto il tempo che le serve, oh, sì che ce l’ha. Passeggia, intanto, avanti e indietro sul traghetto, fuma una sigaretta, anche se sul pacchetto c’è scritto che invecchia la pelle. Pensa che lei, un figlio, forse non lo farà mai, ma sempre meglio che andare con certi tizi sposati. Ma non sono mica tutti così, facile pensarlo, facile pensare di non aver sbagliato con questa scusa. Se ne deve trovare una migliore.
Pensa lo stesso la sua vecchia amica, la moglie di Piero: potevo scegliere un uomo migliore come padre di mio figlio? Ma di che sto parlando, se ancora non sono nemmeno incinta? Poi pensa che forse tornare a essere sola non sarebbe così male.
Mara pensa che se guarda avanti può farcela. C’è Piero davanti alla toilette del traghetto, che fissa Mara, mentre lei passeggia sul ponte: finge di non vederlo. C’è Piero che si chiede se fa ancora a tempo a ripensarci, che forse non è innamorato della moglie, visto che cerca sempre di tradirla, che lui in fondo non è vanesio: è solo spaventato.
Mara finisce a dormire, in cabina. Cerca disperata una presa di corrente per la sua una piastrina al piretro, è abbastanza sola. Esattamente come la sua amica sposata, abbastanza sola pure lei. Mentre Piero russa, su una panchina del traghetto, sognando, forse.

(tratto da Margini, anno 2005 – n. 2, Edizioni Letteralmente)

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