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(parole che accadono altrove)


borgo schirò

di carola susani

Superata Portella della Paglia, si apre la valle. E’ gialla in varie gradazioni per l’estate inoltrata. Salendo con lo sguardo, il giallo cede a un verde vecchio e a un grigio pietra. La montagna sulla destra dicono che somigli a una donna addormentata. Non la vedo. Ne vedo solo la guancia, sproporzionata rispetto al resto. Da tempo il grano è stato tagliato e il fieno è accatastato in balle. Qualche contadino ha bruciato le stoppie, anche se è vietato. Il fuoco ha attaccato gli eucalipti che costeggiano la mia strada. Dev’essere stato due, tre giorni fa. Gli alberi hanno cambiato colore: prima erano grigio-argento e verde argento, ora hanno le foglie gialle e il tronco nero. Sono capitozzati alla metà esatta. Sembrano grossi uomini deformi senza testa. Non amano gli eucalipti qui: sono piante invasive e quasi inutili. Sarà perché in Sicilia è carente il comparto farmaceutico e non si producono caramelle balsamiche (tranne quelle alla carruba, le vendevano in farmacia quand’ero piccola). C’è in compenso sulla strada una fabbrica di mattoni grigi nuova, accanto ad un’altra vecchia e abbandonata. Le provinciali della zona quest’anno sono smottate. In effetti franano un po’ ogni anno. Bisogna muoversi con circospezione, non superare i 40 all’ora. In mezzo ai campi svuotati di creature umane dopo la mietitura, costellati qua e là di case coloniche della riforma, disabitate e cadenti, quando meno te lo aspetti, appare una guglia. Luccica. Un po’ più avanti compare l’indicazione. E subito la fontana che annuncia il borgo. E’ vero che la fontana è secca, però andando e tornando su quella strada, la guglia mi faceva ogni volta l’identico effetto dell’acqua. Borgo Schirò, sapevo, è borgo fascista, prodotto dell’ente colonizzazione del latifondo e ha avuto poi il suo ruolo nella riforma agraria. Avevo visto una foto, una chiesetta piatta. Non mi aspettavo molto, ma la guglia in mezzo ad un boschetto, mi faceva pensare a un oasi nel deserto, a un tabaccaio che vende anche gomme, formaggio, pomodori e frutta. Era da tanto che volevo farlo, così ho svoltato.  Per prendere le sigarette. Non c’era vento. Sul selciato cresceva gramigna. Ho avuto paura, il borgo sembrava un quadro metafisico fatto a pezzi. Le case gialle erano attraversate da lesioni profonde. Si stavano aprendo. Ma il negozio di alimentari sembrava avesse chiuso da pochi istanti. Era quasi ora di pranzo, il sole a picco confondeva tutto in uno stesso colore polveroso, tranne gli interni, bui. Sulle pareti, murales di ispirazione “ritorno all’ordine” o fantasy. Cieli, disegni di corpi rigidi e deformi. C’era anche la data, ’97-’99, erano classi dell’Accademia di belle arti di Palermo. Per un istante, ho immaginato il borgo pieno di ragazzi, ho sentito le voci. Poi più niente. Mi sono girata verso la chiesa. Somigliava a quella della foto, però era scrostata e con il portone divelto. 
Sul sagrato, davanti alla porta aperta, c’è un seggiolino per bambini, fino a 15 chili, blu, di fattura recente, stinto e senza cinghie. Ci sta appollaiato sopra un vecchio. Ha posato sul sedile le scarpe con la suola liscia e si è fatto piccolo. Ma non può entrarci lo stesso. Mi faccio coraggio e apro la portiera ed esco dalla macchina. Non so perché, il vecchio mi attrae. Mi spingo verso di lui. Indossa abiti invernali, lana e rayon decorato. Pensavo che il rayon l’avessero tolto dal commercio per quanto facilmente prende fuoco. Il vecchio non puzza, ha normale odore di sudore d’uomo. Non sono sicura, ma mi sembra che mi guardi, la faccia torva di un ragazzino che ha subito un torto ma gli occhi dilatati, aperti.
Il primo calcio che sferro al seggiolino gli fa perdere l’equilibrio. Con il secondo, che è molto più forte, glielo sbalzo via da sotto. Il vecchio casca sul sagrato, forse si sbuccia un ginocchio. Il seggiolino scivola giù, con qualche piccolo balzo. Il vecchio mi guarda. Lo sguardo è sempre lo stesso: sconfortato, adorante, stupefatto. Recupero il seggiolino e me lo carico in macchina. Salgo, chiudo la portiera e accendo.
Tengo i sessanta orari. Il vecchio mi rincorre. E’ un’ora che sta correndo. Ha una buona resistenza.

(tratto da Margini, anno 2005 – n. 2, Edizioni Letteralmente)

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