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e conformate l’azione alla parola
intuizioni intorno al teatro
di isabella moroni |
Firmando quella dedica, mentre guardava negli occhi la ragazza dai capelli neri che gli tendeva il libro con un’impazienza adorante, il grande attore francese officiò il suo rito: “A te che ami e servirai il teatro” scrisse con la grafia di uomo forte che inaspettatamente si stendeva morbida sulla pagina, come un amante fra le lenzuola.
Era il 1952 ed il Teatro lentamente ed inesorabilmente mutava con la rapidità della passione, con i ritmi della modernità, con la fame di sguardi gettati attraverso lo spazio.
La tournée aveva toccato paesi lontani e forme di teatro sconosciute: Kabuki dal Giappone, Topeng da Bali, capaci, come scrisse Artaud, “di comporre del Teatro un’idea sovrana e tale da apparirci conservata attraverso i secoli per insegnarci che il teatro non ha mai cessato d’esistere”.
E servire il teatro era lo scopo dell’attore, del tecnico, del critico ed allo stesso modo dello spettatore che iniziava a cibarsi di teatro.
Cibarsi realmente, quando al Théâtre National Populaire, Jean Vilar affermò che “il teatro è nutrimento altrettanto indispensabile alla vita che il pane ed il vino” e cominciò ad offrire un teatro accessibile a chiunque, con prezzi contenuti, accoglienza in musica, possibilità di mangiare in teatro con gli attori, trasporti gratuiti...
Lui era bellissimo: il naso affilato, lo sguardo inquieto e mobile, il fare nervoso che si tramutava quando era sulla scena. Era uno dei pochi attori teatrali che poteva essere prestato al cinema senza che nessuna delle due arti si offendesse.
Lo aveva visto scendere da un taxi e scivolare oltre la porta d’ingresso del Teatro: il colorito piuttosto pallido, i lineamenti squilibrati dai nervi e dalla stanchezza, il collo del soprabito sollevato fino alle orecchie.
Entrato dalla platea s’era fermato dietro la porta che si apriva proprio in fondo alla sala, nel mezzo.
Era la “sua” porta. Quella prescelta.
Sapeva che il sipario sul fondo era alzato e che, aprendo i battenti all’improvviso avrebbe avuto una visione completamente diversa da quel che ogni sera vedeva sul palcoscenico. Era sempre come se egli non avesse visto mai nulla prima.
Ed altrettanto sapeva bene che questa impressione vergine non sarebbe durata che pochi secondi poiché tutta la scena gli era invece nota angolo per angolo, pezzo per pezzo...
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L’occhio, con l’abitudine del lavoro, non conserva la freschezza di impressione e questa era la sua sofferenza creativa: correva dietro a questa impressione primitiva, la stessa che avrebbe avuto, poi, lo spettatore, e temeva, ad ogni momento, di averla perduta e di non essere più capace di ritrovarla.
La scena appariva buia, austera, quasi ostile.
Nel vederla raddrizzò le spalle, cambiò passo e, balzando dalla sala alla ribalta grazie alla passerella usata dai macchinisti, in pochi secondi passò da un mondo all’altro, come aspirato dalla scena stessa.
La ragazza era affascinata testimone di un miracolo di cui non vedeva né ragioni né confini; osservatrice di una realtà che stava modificando il mondo e che ancora lei confondeva con la forza della sua passione, del suo stupore, del suo amore imperituro per “l’homme de théâtre”.
Non ricordava di aver visto nulla di simile prima di allora. Forse le forme di comunicazione non erano poi così strettamente connesse ai tempi come si voleva far credere... Quel teatro le provocava la stessa curiosità, le stesse emozioni e meraviglie delle scritture di Rabelais, di Tasso, di Shakespeare, suggestioni immutabili attraverso i secoli.
Eppure no, la comunicazione si adeguava ai tempi e soprattutto ai mezzi; il teatro non dava più vita alle contraddizioni né attizzava i conflitti sociali come intendeva Brecht, ma voleva essere “un servizio pubblico come il gas, l’acqua e l’elettricità” .
Inarrestabile, la creazione prendeva per mano gli autori, i registi e gli spettatori facendo del testo (come voleva Jean Louis Barrault) un iceberg di cui l’autore scriveva la parte emergente e del quale il regista e gli attori tiravano fuori la parte più grande, sommersa.
Ma quel che davvero era speciale in quel teatro così scarno e sviscerato, era il risvegliarsi dell’immaginario, evocato dalle luci e dai movimenti; il teatro era vita, vitalità, possibilità di affondare a piene mani nelle parole e renderle gesto.
Avrebbe servito il teatro, quel teatro che le lasciava un sobbalzo nel cuore, un vuoto simile a quello che apre l’anima quando inizia la discesa delle montagne russe.
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