le rubriche

il testimone

(rubrica raminga di libri e di persone)

ospite: gaspar torriero

Il Capolavoro

E' uno dei pochi libri che ho comprato nel 1973, perché allora non avevo soldi ed ero un cliente assiduo della biblioteca comunale. Ce l'ho ancora qui, piuttosto ingiallito ma in buono stato: il prezzo di copertina è di Lire milleduecento, la collana è "Gli Struzzi" di Einaudi.
Allora leggevo voracemente di tutto, spinto da una fame insaziabile; e come tutti quelli che divorano in fretta, non ero molto attento ai sapori e alle sfumature. Ma certe sciabolate di folgorante sarcasmo mi hanno lasciato il segno da subito; ad esempio tutta la fine della Seconda Parte, e questa frase che per me ginnasiale aveva l'immediatezza della vita vissuta:

Ragazzi: con gambe come due spàragi. Idioti dentro la capa più che se la fosse fatta di un tubero, infanti una pur che fosse favella: dopo dodici generazioni di granoturco e di migragna dai piedi verdi venuti fuori anche loro dall'Arca bastarda delle generazioni, a cercar di barbugliare una qualche loro millanteria tirchia nel foro: lo sbilenco foro di Pasturfazio! venuti giù, giù, dai formaggini fetenti del Monte Viejo alle più trombose bocciature dell'Uguirre, muti e acefali in castigliano, sordi al latino, reprobi al greco, inetti alle istorie, col cervello sotto zero in geometria e in aritmetica, non sufficienti nel tiralinee, persino con la geografia erano insufficienti! bisognava sfiatarsi per delle settimane, degli anni, a fargli capire che cos'è una carta del vittorioso Maradagàl! e come si fa a far le carte: e ancora non ce la facevano, poveri tesori!

Poi c'erano anche altre assonanze: un percorso simile e contrario mi aveva portato dall'infanzia in Argentina all'adolescenza in Brianza, e quel finto Sud America mi era doppiamente familiare. Insomma, ci capimmo al volo da subito.
Ricordo però molto bene, la prima volta, di aver saltato pagine intere di cui proprio non afferravo il senso: come ad esempio quasi tutto il dialogo con il dottore, che ho scoperto con grande meraviglia solo in seguito, rileggendo. 
E proprio di questo ti volevo dire: del piacere della riscoperta.
Perché vedi, questo è stato il primo libro che ho subito voluto rileggere e che da allora nel corso del tempo ho riletto spessissimo, e di cui mai mi stanco, e di cui a ogni nuova lettura scopro nuovi passaggi, nuove profondità che prima non avevo capito o che avevo compreso diversamente. Questo libro è stato per me il primo capace di parlare con una voce nuova sia a quel ragazzo quindicenne, che a questo ragazzo quasi cinquantenne: il primo capace di risuonare con le mie esperienze di vita mentre venivano vissute.
Naturalmente ho esteso questo metro a tutte le forme d'arte, e mi vale non solo per la letteratura ma anche per la musica, la pittura e tutto il resto. Davanti a una tela mi chiedo: vorrei rivederla? Vorrei rivederla tutti i giorni? E davanti alla musica mi chiedo: vorrei riascoltarla? Dopo quanti riascolti non ne potrei più? E' un metro soggettivo, semplicistico ma efficace, che mi permette di dire con una certa sicurezza: questo è un capolavoro.
Specie nel paragone con la musica, io da lettore mi sento come l'interprete della pagina scritta, davanti a un pubblico composto da me solo. E come interprete, posso scegliere se ampliare il mio repertorio a dismisura alla Bruno Canino, o se approfondire a dismisura un repertorio limitato alla Michele Campanella, per citare due grandi artisti del pianoforte di oggi. Sono due scelte altrettanto legittime e interessanti, ma metodologicamente diverse. Nel primo caso io posso anche accettare pagine non eccelse e accontentarmi di portare alla luce un passaggio interessante, una assonanza curiosa; ma nel secondo caso devo limitarmi ai capolavori, ovvero a quelle pagine che resistano appunto alla rilettura.
Non per niente i musicisti giovani e inquieti suonano Webern e Britten, mentre da vecchi prediligono J.S. Bach.

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