le rubriche

fratto misto

(numeri molesti)

di isntitapity

Insolvenza del sette

È la notte che precede il compleanno. La luce di uno studio ne illumina la piccola porzione dove l’uomo molto anziano compenetra la sua poltrona, le magre gambe allungate e molli. 
Kurt scende dentro la poltrona, mentre la maestra sfreccia e parcheggia nel sogno. Non smonta dalla bicicletta ma sgroppa selvatica da uno stallone bianco senza i finimenti, sudato per il vigore e la velocità di un viaggio controcorrente; l’animale ha schiuma sul muso e percuote il marciapiede con zoccoli ancora eccitati.
La maestra schiaffeggia il posteriore del cavallo che scompare al galoppo nella stradina laterale. Kurt è fermo sul portone della scuola, guarda la sua maestra. Oggi non ha la borsa a tracolla, non ha il registro sotto il braccio, non ha il cappotto blu e non ha capelli bianchi sulle tempie. Il bambino butta a terra la cartella e perquisisce la testa della maestra per ritrovare i capelli bianchi, ma sono tutti neri, neri, lunghi e lucenti. Con un sentimento di disagio molto simile a paura, Kurt comincia a rovistare in tutta la maestra. I loro occhi s’incontrano e Kurt s’accorge che la donna non ha vestiti e non porta scarpe. Ha occhi enormi, sferici e senza pupille, palpebre prive di ciglia e, spiaccicati sul bianco della cornea, moscerini neri sembrano in riga. L’abbraccio che solleva Kurt è leggero, senza oppressione, il volto della maestra sorride vicinissimo. “La sai la tabellina del sette?” gli chiede morbidamente. Il bambino trasale già in tragedia, non vuole deludere il sorriso, l’abbraccio, la pelle calda. “Leggimi gli occhi” sussurra la strega. Kurt perde il peso dell’infelicità, capisce i moscerini e vede i numeri che iniziano a muoversi lungo le pareti bianche della cornea e ad uscirne.

Kurt si scuote sulla poltrona, gli occhi secchi già aperti chissà da quanto, nel sonno. Il calore e la sicurezza dello scorrere di quelle cifre, così vicine, nude e risolutive ma altrettanto fuggevoli, nascoste ed ostili a scorciatoie lo ha tormentato per tutta la vita.
Quando l’incertezza del mondo e di se stesso gli apre la colonna vertebrale, inchiodandolo, Kurt chiama i numeri a transitare da lui, li invita a parlare e qualche volta, non sempre, questo conciliabolo di voci senza suono e frasi senza parole chiude le piaghe, il sangue torna a viaggiare e l’orizzonte s’apre di nuovo.
Kurt compie settant’anni e alzandosi dalla poltrona è annoiato dal numero zero di questo nuovo anno da elencare. “Lo zero è un numero tondo senza niente dentro”, dice ogni tanto ai suoi nipoti. “Il numero uno è quello dove dentro c’è tutto e fuori c’è il resto”. Tra poco l’alba entrerà attraverso le tende e lui stanotte non ha scritto nulla e le tende sono due. “Chi devia dal due perde la retta ed entra nell’obliquo, chi infrange il due rompe lo specchio”. Il suo romanzo stagna senza punti d’appoggio, Kurt procede per spigoli, fermo al numero tre, già folla e non ancora solitudine. Non basta per dare un senso e Kurt vuole ancora credere che serva un senso. Questa sera una festa e un numero tre che offre prigione, sequestro di persona tra famigliari, amici e conoscenti e lui annebbiato nel brindisi a giudicare la falsità del loro impegno, incapace di punirli. “Il quattro porta in sé squilibrio o equilibro, sconfitta, vittoria o pareggio, sono le alleanze a decidere”
Il risveglio nella luce artificiale ed ora il sole sicuramente illumina l’arena di Kurt, la sua stanza obbligatoriamente pentagonale, con la libreria che elimina un angolo per crearne due. “Il 5 mette crepe nei complementari, volendo è simmetria, sta chiuso nel pugno di una mano”. Kurt raggiunge la porta voltandosi verso il pendolo per sapere che ore sono. 
Era un parto lungo settant’anni, mancava ancora il 6 per arrivare a leggere di nuovo le sfere bianche della maestra, ripetere la tabellina del 7, fino a sette per dieci.

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