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i quattro cantoni
di g |
È stato Ottavio a farmi passare per la prima volta per i Quattro Cantoni. Lo aiutavo a portare a casa sua una sporta pesantissima il cui contenuto era ricoperto di fogli di vecchi giornali. Di certo non si trattava di cibo: non riesco ad immaginare nulla di commestibile che sia così pesante. O forse sì. Una decina di forme di formaggio stagionato?
Mi faceva strada. Dovevamo superare la stazione e addentrarci nel quartiere che, specularmente al mio, si stende oltre i binari e le sale d’aspetto. C’ero capitato poche volte prima.
Quattro Cantoni è un incrocio di due strade abbastanza trafficate da auto e motorini e si trova a metà cammino tra la stazione e casa di Ottavio. Le due strade s’intersecano perpendicolarmente dando origine a quattro angoli retti ripavimentati di recente e dotati di paletti antiparcheggio di ferro. Ognuno degli angoli è occupato da qualcuno, ma più precisamente si può dire, rifacendosi ad un piano cartesiano, che la ragazza vecchia e il suo uomo occupano il primo quadrante, i due piantoni il secondo, il pensionato che non sa stare in casa il terzo, mentre l’ultimo è occupato dal parlamento.
La ragazza vecchia e il suo uomo non sono così sedentari come gli altri e abbandonano il loro cantone di frequente per andare a spintonarsi tra biglietterie e negozi della stazione dove provano a racimolare qualche moneta. Lei: pelle perlacea e capelli raccolti in una coda di cavallo nera. Pochi denti, neri anche quelli, e un aspetto molto trasandato che l’invecchia ingiustamente. Lo sguardo è spento anche quando ride prendendo in giro il suo uomo. A volte gli urla contro delle frasi irripetibili ma più spesso lo aiuta a tenersi in piedi. Non li ho mai incontrati in un momento in cui lui non avesse problemi deambulatori. Sembra avere un problema alle ginocchia che si piegano inverosimilmente mentre cammina. Forse è solo a causa del peso del suo giaccone di pelle marrone indossato anche d’estate o della dieta di polveri e liquidi che si è prescritto.
Ben altra stabilità hanno i piantoni. Loro non si muovono mai dal loro cantone e tengono sotto controllo la zona. Sono completamenti vestiti di jeans blu o nero e sono sempre perfettamente rasati e impomatati. Tra loro parlano in arabo, ma parlano poco. Non assolvono solo alla funzione di controllori, ma anche a quella di punti di riferimento. Più di una persona si avvicina loro per chiedere qualcosa. Un cerino, una notizia, un grammo. Dissimulano la loro funzione con abilità. Non si tradiscono mica, come il pensionato che non sa stare in casa che lancia maldestri sguardi indagatori.
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Capelli bianchi, viso rotondo e rubicondo, occhiali con lenti fotocromatiche mai troppo trasparenti o troppo scure. Veste sempre con abiti chiari. Ondeggia sulla distanza dei tre passi nel perimetro del suo quadrante fumando con placidità una sigaretta dietro la l’altra. Le regge tra medio e anulare della mano destra sempre sospesa all’altezza del naso quasi a farsi scudo o a celare i suoi sguardi indiscreti. Si volge a studiare i comportamenti di coloro che occupano gli altri cantoni ed è l’unico che effettivamente sembra non aver nulla da fare in quel posto. Gli ho costruito il seguente vissuto: emigrato giovanissimo, ha speso tutto il tempo alla pressa e non è riuscito a farsi amici nel quartiere; i suoi colleghi, gli unici con cui si trovava veramente bene, sono morti o abitano troppo lontano; preferisce stare sotto casa, ai Quattro Cantoni, piuttosto che sorbirsi le lamentele della moglie arteriosclerotica che da quando i figli si sono sposati e sono andati via può prendersela solo con lui.
L’agorà si sistema sotto al palazzo dall’angolo smussato. Il condominio che sovrasta il quarto cantone ha, infatti, una mezza facciata che ottunde lo spigolo che dà sull’incrocio. Dalla mezza facciata si ha accesso allo stabile tramite tre gradini coperti da una tettoia, in cemento e di forma semicircolare, e il portone, in vetro e alluminio anodizzato. Pessima architettura. Comunque comoda per l’agorà che si dispone intorno ai tre gradini sui quali si sistema il moderatore. Questi non è che moderi un granché: grida come e più degli altri tenendo per se la parola più di quanto non la conceda. È impressionante come nessuno si preoccupi di ascoltare e come tutti abbiano qualcosa da dire. Il risultato è un coro assolutamente disarmonico, ma nulla a che vedere con l’avvolgente tappeto sonoro dei mercati. Purtroppo non capisco la loro lingua e quindi non so su cosa l’assemblea sia di volta in volta chiamata a discutere e deliberare. E credo che lo stesso valga per la signora del terzo piano che immancabilmente si affaccia per gridare loro di andar via. Non mi stupirei se fosse l’incapacità di comprendere più che il rumore a infastidirla al punto di decidere di sciogliere l’assemblea con copiose secchiate d’acqua. Si scaglia contro i convenuti con un livore incomprensibile. Una vera e propria donna antisedizione.
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