contrAppunti

uno, due, tre

di trentesimoanno

Uno, due, tre. Respira. Quando aprirai questa porta l’aria fredda ti sputerà in faccia e ti ricorderà chi sei. Se allunghi la mano e la metti contro il vetro puoi già sentire la differenza di temperatura. Inizia a prepararti. Fuori è freddo e fuori è buio. Dentro no, dentro sei al sicuro. C’è caldo e ci sono le luci. Lo sa, dottore, che non le spengo mai tutte, quando esco di casa. Mi dà un senso di sicurezza tornare, aprire la porta, ritrovarle così come le ho lasciate, accese. Mi sembra di non avere interrotto nulla, di aver lasciato tutto continuare. Hai solo premuto una piccolissima pausa sul registratore della tua vita, hai solo lasciato per un attimo il fermo immagine sbavato.

Bella l’immagine del nastro della tua vita, vero dottore? Il nastro è lì, in pausa, l’immagine ferma e un po’ sfocata. Riesci a tornare in tempo, prima che lui si fermi e non ci sia più nessuna immagine fissa da guardare. Il nastro è importante. Anche perché non sai quanto te ne rimane ancora a disposizione. Sai solo che sta per finire e sai che quel poco che resta non basterà, per tutto quello che avevi ancora intenzione di registrarci su. E non puoi farci niente. Puoi solo aspettare. È bella come metafora per una donna che ha sessantasei anni e vive da sola, vero dottore? Meglio di quella dell’autunno che le dicevo l’altro pomeriggio. Che fuori fa freddo e fuori fa buio presto. Che le promesse l’estate non le ha mai mantenute. Per questo lasci le luci accese. Non hai paura del buio. È che non ti piace. È brutto. Ti fa tornare in mente tanti ricordi.

Uno, due. Il gas. L’hai chiuso. Lo ricordi perché hai spostato la sedia. Quando esci lo chiudi sempre. E per ricordare che lo hai chiuso, che lo hai chiuso davvero, associ un movimento. Sposti la sedia. La memoria ti inganna se giri solo una manopola. La memoria la fotti se subito dopo sposti la sedia. Quella la vedi: non è più lì, sotto la finestra (gas aperto) ma è di fianco alla porta (gas chiuso). Ricordi lo sforzo nella spalla (solleva la sedia) che non è un semplice movimento di polso (chiudi la manopola). Uno, due, tre. La porta di casa. L’hai chiusa (ti aggrappi alla maniglia ed ascolti il movimento dei cardini bloccati nella serratura). Hai chiuso il gas e hai chiuso la porta di casa. Ora devi uscire.

Uno, du- . Al diavolo, sono per strada. Fa freddo e tu ancora non hai tirato fuori la giacca invernale. È che ti sembra troppo, troppo invernale, ecco, e hai paura che ti guardino. Guarda! Quella si è addirittura già messa la giacca per l’inverno. E magari ti indicano pure. E magari si infastidiscono pure, ché ricordi anche a loro che l’estate è finita e le promesse non le ha mai mantenute.

E io non voglio infastidire nessuno, dottore. I figli, quelli vivono in un’altra città. Ti chiamano pure, ma hanno una loro vita e tu hai paura, gli dai fastidio, ti intrometti. Invece stai da sola (io non sono vecchia, io non ho bisogno di infastidire) e ti fai i fatti tuoi. Loro padre, morto. Meno male. Magari la trentenne lo lasciava e lui tornava a casa. Ti tornava a casa e ti chiedeva di perdonarlo, e tu non riuscivi a fingere di non aver continuato ad aspettarlo, e te lo riprendevi (quanti anni sono passati da quando? quanti anni avrà adesso quella? le saranno venute anche a lei le rughe intorno agli occhi?) e lo perdonavi anche se non meritava di. Ma loro padre, morto. Meno male.

Il negozio. Entri. Non ti piace, ma è vicino casa e ha quello che ti serve. Non ti piace la luce, una lampadina da pochi watt, vecchio stampo, non credevi ne facessero ancora, una di quelle che fa la luce fioca e gialla. Una luce giallognola e amara. Guarda cosa ti vai a ricordare. Era uno con la C. (concato, carboni, califano). Califano no, troppo vecchio perché tua figlia quattordicenne lo ascoltasse. Si chiudeva dentro la stanza e ascoltava dischi. Poi usciva solo per infilarsi dietro al mobile del soggiorno, c’era un po’ di spazio e lei sempre stata magra, dottore, come la madre, anche oggi, anche dopo tre gravidanze. Lei si infilava dietro al mobile del soggiorno (secondo lei non la sentivamo) a bisbigliare al telefono, un’ora, a volte anche due. Come si innervosiva, loro padre. E poi, di nuovo, nella sua stanza, e quei dischi. Il maschietto, no, lui sempre stato un gatto. Sempre affettuoso, mai un problema. La porta della stanza sempre aperta, mai un problema a scuola. Mai visto piangere. Un gatto, dottore. Quando ha cambiato padrona, tutto l’affetto è andato a lei, e si è dimenticato di chi gli dava prima da mangiare. Lo so, dottore, non devo parlare così di lei. Ma lui non sapeva nulla, così preso, lo studio, il lavoro. Ha fatto tutto lei, lo ha puntato, lo ha scelto. Qualche mese dopo era già incinta. Devi volerle bene comunque, lui non è tuo, è la sua vita e se è felice così devi essere felice anche tu. Davvero. Sei felice. Solo ogni tanto, quei brutti pensieri. Sono felice.

Uno, due, tre. Respira. I soldi sono nella borsa e la borsa è sotto il braccio. Cercali, tasta. Si, ci sono. Allunga la mano, scendila dallo scaffale. Il prezzo, dottore, sempre lo stesso. Vai alla cassa. Paga. Sorridi. Esci. Di nuovo aria fredda che ti sputa in faccia e ti ricorda chi sei veramente. Ma ora non ti preoccupi. Ho con me la bottiglia di whisky. Stanotte dormirò.
(anche) Stanotte riuscirò ad addormentarmi

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