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la buca dei ragni giganti
di roberto bonzi |
A Natale si è tutti più buoni, mi avevano detto. Dalla finestra i riflessi di luce si allungavano fino ai piedi del letto. Da sotto la mia spessa coperta di lana, decisi che era giunta l’ora di alzarmi: sarei stata più buona anch’io, mi dissi, il loro Natale stavolta sarebbe stato anche il mio.
Innanzitutto bisognava sistemare la casa. C’era il disordine accumulato da quasi due anni di assenza, da quando la mamma ci aveva lasciati, e bisognava dedicare a quelle quattro mura un amore che ormai s’era perduto per sempre. Raccolsi i calcinacci piovuti dal soffitto, le ragnatele appese ai muri, la polvere a grumi che s’era ammucchiata sul pavimento. Trovai un sacco nero, lo riempii come avrebbe fatto la mamma e lo trascinai fino all’ingresso. Poi presi i libri di mio padre caduti per terra dagli scaffali. Li spolverai uno a uno con un panno di feltro e li sistemai facendo attenzione a non scambiarli di posto. Mio padre ci teneva ai suoi libri e li raggruppava per argomento. Diceva che ognuno parlava con quello vicino e per questo bisognava studiare con cura gli accostamenti. Ci sono idee accese, bellissime e accese, mi diceva papà, e il segreto è trovare la maniera di farle convivere. Il suo sistema era quello dei libri. Nei suoi scaffali potevi trovare di tutto.
Ogni volta che qualcuno ti abbandona, porta via con sé tutte le risposte. Quando salutammo la mamma per l’ultima volta, il papà ci disse che era stata colpita alle spalle per la troppa fiducia. Aveva troppa fiducia nel prossimo, la mamma. A noi bambini mio padre disse che era stato un errore a portarcela via, e non importa se anche gli errori rispondono al volere di Dio: a noi sarebbero rimaste per sempre le stesse domande.
Quando mio padre ci spiegò che dovevamo trasferirci dagli zii, io e mio fratello ci nascondemmo nella buca dei ragni giganti. La chiamavamo così perché un giorno ci trovammo un ragno grosso e peloso come un gatto. Per fortuna mio fratello, che era molto grande e coraggioso per uno della sua età, lo ammazzò con lo zoccolo di legno della mamma. Dopo quella lezione, diceva, nessun ragno gigante sarebbe più entrato nella nostra buca. Ma io non mi fidavo e, anche se si giocava a nascondino o a mosca cieca, me ne stavo sempre alla larga. Quando il papà ci disse che avremmo lasciato il quartiere, mio fratello mi prese per mano e mi trascinò via con lui. Lo seguii senza fiatare: sapevo dove mi avrebbe portato. La nostra buca era il nascondiglio più sicuro del mondo. Avevo paura dei ragni giganti, ma più di tutto non volevo lasciare la nostra casa.
Papà ci mise tutta la mattina a trovarci. Quando ci vide rannicchiati dentro la buca dei ragni giganti, urlò a voce così alta che lo sentirono in tutto il quartiere, ma io lessi il sollievo sul suo viso. Prima di sera eravamo dagli zii. Mi chiedevo quando saremmo potuti ritornare. Immaginavo sempre che, nel frattempo, qualche altro bambino avrebbe scoperto la buca dei ragni giganti. Mio fratello scuoteva la testa, e anche gli zii tacevano sempre. Tutte domande, le mie, che non avevano una risposta.
Anche la morte di mio padre ci lasciò tutti senza risposte. Scomparve una mattina e non ritornò mai più. Mio zio disse che un uomo non è come una statua: quando cade, il suo tonfo lascia un vuoto incolmabile in chi gli ha voluto bene. Non capivo le sue parole, ma sapevo che non avrei mai più rivisto i miei genitori.
Poi, un giorno di tre mesi fa, gli zii mi dissero che saremmo ritornati alla nostra casa, ma solo per un giorno. C’erano alcune cose da riprendere e bisognava fare in fretta.
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Per chissà quale motivo, i luoghi in cui eravamo cresciuti erano diventati i più pericolosi del mondo. Distavano mezz’ora di macchina dalla casa degli zii, ma nessuno per nessuna ragione ci poteva stare senza permesso. Mio fratello aveva gli esami e gli zii dissero che non poteva saltare la scuola. Mi chiese di portargli il pallone da calcio che era rimasto sotto il letto di camera sua. Mi disse anche di non piangere e di non farmi ingannare dai discorsi dei grandi: nella nostra casa, non ci saremmo tornati mai più.
Ma mio fratello si sbagliava. Si sbagliava, e io glielo avrei dimostrato.
Per tutto il viaggio guardai fuori dal finestrino senza dire una parola. Mi sforzavo di sembrare tranquilla, di far credere agli zii che per me era una giornata come tutte le altre. Poi, quando arrivammo, mi ricordai del gioco che facevamo da piccoli, quando bisognava restare immobili come una statua di gesso e a chi si muoveva per primo toccava la penitenza. Così la mia faccia divenne di gesso, e gli zii non sospettarono nulla di quel che avevo in mente. Mentre facevano il giro dell’isolato per verificare i danni al quartiere, mi fermai di colpo a guardarli mentre si allontanavano senza di me. Un attimo dopo, mi voltai e cominciai a correre. C’era un unico posto in cui non mi avrebbero mai trovata: la buca dei ragni giganti. Aspettai per ore rannicchiata sul fondo, ascoltando le voci degli zii, dei vicini che erano accorsi e di tutti quelli che mi stavano cercando. Nessuno sospettava del mio nascondiglio. Solo mio fratello avrebbe saputo dove cercarmi, ma lui era rimasto a fare gli esami ed era troppo distante per fare la spia.
Aspettai nella buca per un giorno intero. Quando finalmente uscii, fuori c’era soltanto silenzio. Attraversai a piccoli passi il vecchio giardino e il vialetto di pietra fino alla porta d’ingresso. Era aperta. Entrai. In poco meno di un anno, tutto era cambiato. Anche i ricordi che avevo lasciato erano scomparsi per sempre sotto la polvere, i calcinacci e il lerciume. Mi guardavo intorno, e non ero felice. Capii per la prima volta che non lo sarei stata mai più. Mi diressi nella mia vecchia camera, mia e di mio fratello. Sotto il suo letto c’era incastrato il pallone di cuoio, ma ero troppo stanca per tirarlo fuori. Mi sdraiai sul letto, mi infilai sotto la spessa coperta di lana e mi addormentai.
Mi svegliò il rumore dei botti che arrivava da fuori. So per certo che mancavano pochi giorni alla fine dell’anno, al Natale, il loro. In giorni così, ognuno si sforza di diventare più buono. La mia bontà era la pena di riportare indietro il tempo, di ritornare ai giorni in cui la mia casa era identica a quella che ricordavo. Con le grida di mio fratello, i passi silenziosi e vigili di mia madre, l’ira bonaria e le mille raccomandazioni di mio padre. Nel mio piccolo e nel poco tempo che ancora rimaneva, mi ero sforzata di rendere la casa più simile a quella di allora. Dopodiché, con il cuore sollevato, anch’io sarei potuta uscire a festeggiare.
A Natale si è tutti più buoni, dicono, si tendono le mani al prossimo, si condividono i doni. Fuori il silenzio era rotto dal rimbombo di mille tamburi e dalla finestra vedevo le luci che cascavano a fiotti. Quella gioia, la loro stranissima gioia, volevo condividerla anch’io. Ecco perché uscii con le braccia al cielo in segno di giubilo. Perché avevo scoperto che la mia casa non m’apparteneva più, e non mi restava nient’altro da condividere. La luce mi cadeva addosso, ma che importanza poteva avere? Se sei morta dentro, non è la pelle che si scortica ad aggiungere nuovo dolore.
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