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un velo di ruggine
di giorgioflavio |
Non v’è nulla di peggio che ricordare i tempi felici in epoche grame. Pare lo abbia scritto il più grande dei poeti. Ma sarebbe stato vero anche se non l’avesse scritto nessuno. Perché le cose vere sono vere. Hanno mica bisogno di finire sui libri, per esserlo. E questa, appunto, è una cosa vera: ricordare i momenti felici quando la vita scivola via grigia e triste è una tortura, una specie di Vergine di Norimberga che imprigiona il cuore, se posso fare un esempio compatibile con la mia natura siderea e meccanica.
Prendete la mia storia con Gianni, ad esempio. Ricordo ancora la luce felice che gli inondò gli occhi quando mi vide per la prima volta. Era il giorno del suo tredicesimo compleanno. O forse il quattordicesimo, non ricordo bene, è passato tanto tempo. Ma so che non avevo mai visto, dentro un solo sguardo, il riverbero di tanti bagliori di felicità. Fu di quei balenii scintillanti, se devo essere sincera, che mi innamorai: era come se, riflettendosi su di me, restituissero la luce primigenia, quella che deve aver brillato nell’istante della creazione. A pensarci, del resto, fu proprio in quel preciso istante che cominciai a esistere davvero, finalmente creata al mondo. Nacqui lì e allora, davanti a quello sguardo di luce, anche se ovviamente già c’ero, perfetta fin nel più piccolo dei dettagli. E, ovviamente, affacciandomi stupita alla vera esistenza – perché non si esiste davvero, fino al momento in cui non si comincia ad esistere per un altro essere – non potevo che consacrarla a lui.
Diventammo inseparabili e non vi fu strada di Marghine, Planargia e Goceano che non percorremmo, immemori e felici, bisognosi soltanto l’uno dell’altra e di una striscia di asfalto praticabile. Sento ancora il fischio del vento nelle discese incoscienti, quando anche le ferule che bordavano la carreggiata sembravano inchinarsi al nostro passaggio di fulmini senza cielo. E ricordo le salite masticate con fatica ostinata, un colpo di pedale via l’altro, fino alla soddisfazione della cima, il premio agognato che avrebbe trasformato l’asperità dell’ascesa nel tuffo leggero, scanzonato e vertiginoso del ritorno.
Imparammo, Gianni ed io, a conoscerci e a conoscere. Imparammo a misurarci, a sapere fin dove potevano spingersi le nostre forze e dove invece non potevamo arrivare. E sperimentammo la magia della complicità, quell’ineffabile condizione che rende l’amore veramente tale e che si può raccontare solo a chi già la conosca. Io assecondavo docile ogni suo gesto, dai più vigorosi ai più delicati, e quasi lo anticipavo quando di fronte all’inasprirsi di un’erta la sua mano cercava il cambio per alleggerire il rapporto, e io scarrocciavo docile la catena da una moltiplica all’altra; o quando nei tuffi spericolati in discesa facevo subito miei i suoi piccoli colpi al manubrio e al freno per impostare le traiettorie spesso ardite delle curve.
Egli, per contro, non smetteva di coccolarmi, carezzandomi con morbidi panni e scegliendo per me sempre il meglio: liquidi cremosi rigeneravano le mie cromature, paste di grasso odoroso lubrificavano gli ingranaggi della trasmissione, saponi profumati detergevano la sella e il mio telaio blu dai riflessi elettrici. Ero bellissima, grazie a lui. E anche lui era bellissimo, sempre con lo sguardo acceso e le gote arrossate, grazie a me.
Poi…
Poi vennero i sedici anni e quella promozione, in quinta ginnasio. Stavolta ricordo bene, non posso davvero sbagliare. Perché fu in quell’esatto momento che le nostre vite cambiarono. Per sempre. Suo padre, quel 29 di giugno, aspettò il nostro rientro dalla corsa pomeridiana, proprio davanti al cancello del giardino.
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“Aspetta un momento” disse, ed estrasse quella piccola scatolina dalla tasca. “Il tuo regalo. Te lo sei meritato. E poi ora sei grande, ti aspetta il liceo”.
Gianni esitò un attimo, quasi deluso dalle minime dimensioni dell’involucro. Lo scartò senza entusiasmo e poi… Poi estrasse quelle due piccole chiavi e fece una cosa che non aveva mai fatto prima: sollevò bruscamente dal manubrio la mano con la quale mi reggeva e io caddi a terra, pesantemente, scheggiandomi la cromatura del copricatena. Non mi ero ancora ripresa dalla sorpresa e dal colpo, che Gianni si era già tuffato dentro la rimessa. Quando ne uscì e vidi di nuovo e ancora più vivido il suo sguardo di luce, lo sguardo della creazione, compresi.
Gli avevano regalato il motorino.
Solo chi conosce, fra voi, il dolore prima lancinante e poi sordo e tenace dell’abbandono può comprendere la mia sofferenza. Passai mesi e mesi ossidandomi di tristezza e umidità, appesa con malagrazia in un angolo oscuro della rimessa, ossessionata da una sola domanda: perché? Mesi che diventarono un anno, e poi due, di indifferenza totale, senza neppure uno sguardo, uno solo, che si posasse su di me e mi scaldasse almeno per un attimo. Due anni e più in cui non sono esistita se non per qualche ragno, che nei raggi sottili delle mie ruote trovava appigli ideali per tessere i trini e i merletti delle sue trappole leggiadre e ferali.
Fu in un giorno di ottobre pieno di sole che Gianni, del tutto a sorpresa, si ricordò di me. Mi staccò dai ganci ai quali ero appesa, mi portò fuori e, dopo una gonfiatina alle gomme e un controllo approssimativo, montò e cominciò a pedalare lento, prendendo a sudovest, per la strada del Monte del Santo.
Già dai primi colpi di pedivella compresi però che il nostro antico sodalizio altro non era che un ricordo dell’impalpabile consistenza della nebbia. Ne fui certa quando, dopo il bivio della provinciale, arrivarono le prime pendenze di Tamùli: sentendolo arrancare laddove un tempo filavamo in agile sintonia, ebbi la conferma che né io ne lui eravamo più gli stessi: il lungo tempo del distacco non solo ci aveva appesantito, ma ci aveva reso quasi due estranei. Niente, niente sarebbe più stato come prima.
Fu questo pensiero a ossessionarmi fino alla piccola chiesina sulla sommità del monte, dove giungemmo a fatica, sfiniti, fermandoci per una buona mezz’ora a riprender fiato. E lo stesso pensiero mi accompagnò al ritorno, nella lunga e ripida discesa percorsa a tutta velocità, fino alla curva del Cantaro, quando le sue dita strinsero forte i freni per affrontare il secco tornante.
Intorpidita dalla ruggine dell’abbandono, risposi tardi al suo comando. Troppo tardi.
Ora lì alla curva del Cantaro c’è una piccola croce con la foto di Gianni.
Io sono di nuovo in rimessa, tutta ammaccata, a contare giorni vuoti e inutili, sempre più triste. Perché non v’è nulla di peggio che ricordare i tempi felici in epoche grame, ve l’ho detto. L’unica consolazione – perché se si vuole sopravvivere una consolazione, per piccola che sia, bisogna pur trovarla – è che non provo alcun senso di colpa, quando mi capita di pensare a quello sfortunato giorno d’ottobre.
Perché non è davvero colpa mia se il destino di Gianni si è vestito di un velo di ruggine.
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