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una riga rossa
di synesius |
Entrai nella grande sala d’aspetto tutta quadri e diplomi e tendoni e muri bianchi fischiettando un motivo reso celebre da Sarah Vaugham. Tutti mi guardarono male. È la mia faccia, pensai, ma fui troppo ottimista. Avevo sottobraccio la ristampa anastatica di un vecchio numero dell’Unità che avevo appena comprato dal mio pusher di libri usati. Un paio di giovani cariatidi, all’apparenza cieche dietro i loro occhiali da sole in acetato laminato, ammiccarono. Non mi ero ancora seduto che iniziarono a bisbigliarmi contro – cioè, fra di loro, ma evidentemente contro di me. Ripetei il refrain di quel blues glassato tentando di modulare e di svisare il fischiettìo per dare più fastidio e mi sedetti fra una tipa alle prese con una videotelefonata d’amore e un ragazzino obeso che parlava alle proprie ginocchia. Dispiegai il giornale con ostentazione facendo crocchiare la carta.
Era il numero del 13 giugno 1984. Quello dei funerali di Berlinguer. La prima pagina era interamente occupata dal suo primo piano sormontato dal titolo “Addio”.
Sì, ricordavo. Padova, il comizio, l’ictus. Quella sera era comunque riuscito ad arrivare al termine del suo discorso, a quell’invito finale: “Andate casa per casa, strada per strada…”, prima che lo portassero via.
Il ragazzino iniziò a tossire, la tipa alla mia destra passò dai cinguettii agli squittii, le due nefertiti senz’occhi si scambiarono gli occhiali da sole e tutti gli altri – perché quella stanza traboccava di gente in attesa – posarono contemporaneamente lo sguardo su di me.
Poi erano venuti i giorni dei girotondi di medici, funzionari di partito e uomini delle istituzioni. E poi era morto. E poi i giornali gli avevano dedicato pagine e pagine, fra cui l’Unità, con quella prima monumentale. Mi concentrai sulla fotografia: io me la ricordavo bene e, all’epoca in cui era stata pubblicata, il viso di Berlinguer non era mica così triste e preoccupato come lo vedevo in quel momento. Sono cazzi, sembrava pensare, sono cazzi per tutti.
- Ma lo metta via! Ci sono dei bambini!
Era la signora seduta vicino a me ad aver parlato. Aveva chiuso di botto il suo telefonino che era scattato come un serramanico digitale e si era alzata in piedi, tutta rossa in volto che sembrava smaltata con un colore Pantone, tipo il 180CV.
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Per tutta la sala d’aspetto incominciarono a moltiplicarsi i commenti nei miei confronti. Non erano per nulla lusinghieri. Io per tutta risposta stavo già voltando pagina, quando fece il suo ingresso nella sala d’aspetto l’infermiera. Tutti si voltarono verso di lei. Era un donnino dalla faccia cattiva, sottile come una frusta e dalla voce zincata.
- Lo dia pure a me. Glielo restituirò dopo la visita.
Non dissi niente. Ripiegai il giornale e lo porsi a quel camice animato, rivivendo per un attimo i giorni del liceo, quando i professori si ostinavano a sequestrarmi Frigidaire pensando che si trattasse di un giornaletto pornografico. Poi se ne andò.
Mi guardai intorno sentendomi un po’ a disagio. Provai a fischiettare ma la mia bocca produsse uno sbruffo sgraziato. Mi stavano osservando tutti. Sembravano soddisfatti. Feci un bel respiro e mi calmai. Dopo tutto avevo ancora il mio zaino.
Aspettai che tutta quella gente si dimenticasse di me, e quando venni riassorbito nel clima di attesa generale, con movimenti misurati tirai fuori dallo zaino il mio roller rosso.
Incominciai con discrezione, cercando di non farmi notare troppo, a scrivere alcune parole sul muro bianco, proprio dietro alla mia sedia. Sembrava funzionare. Poi fui obbligato a salire un po’ con il braccio. Infine mi alzai, e pochi minuti dopo ero in piedi sulla sedia che continuavo a scrivere sempre la stessa riga - una riga che si snodava fra quadri e stampe d’autore, una riga rossa che attraversava tutto quello che incontrava - incurante del brusio che cominciava a crescere alle mie spalle. Poi l’infermiera ritornò da me. Iniziò col minacciarmi, finché non decise di mettersi a urlare.
Ma io continuai a scrivere, ed ero calmo mentre quelle semplici parole imbrattavano i muri bianchi usando la mia mano come medium. Continuai a scrivere finché non arrivai alla fine, ma sì, proprio quando dice: “Si tratta di meschini calcoli di parte, conteggi di ragioneria partitica. La verità che tutti possono vedere è che i partiti al governo se ne infischiano dei cittadini. I comunisti avranno mille difetti, ma nessuno che sia onesto potrà negare la loro serietà, l’attaccamento alla democrazia, l’impegno nella difesa delle istituzioni. Proseguite il vostro lavoro, andate casa per casa, strada per strada…”
E qualcuno, mi parve di notare a un certo punto, stava cominciando a leggere.
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