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blogstar
di garnant |
Andò così, io ero l'anonimo. Lei non scriveva da otto giorni.
La immaginavo abbracciata stretta alle ginocchia, fredde, sotto un mucchio di coperte, lana su sintetico, poca luce da fuori, polvere sul pavimento, la cucina con i pensili unti dove si appoggiano le dita.
Al telefono non rispondeva e io ero in piedi giù in strada, tre piani sotto le sue finestre, non potevo sentire il campanello mentre suonava a vuoto. Ma lo immaginavo, un suono elettrico da defibrillatore, amplificato dall'aria della stanza, rimbalzare sui mobili. Non potevo sopportarlo.
Ero un anonimo a modo mio. Commentavo scarno e polemico, miravo basso. Volevo una reazione, certo, che riconoscesse la sua felicità sporca, i suoi sogni con i piedi ben affondati nei rifiuti tossici. Volevo che rispondesse in inchiostro denso, nessuna linea sottile.
L'avevo incontrata tre volte. La prima a casa sua, una festa e il cugino della cugina dell’amico della sarta, qualcosa del genere. Sapevo che era lei ma era come se non fosse lei, in effetti. Non mi interessava parlarle. La seconda davanti ai risultati di un esame scritto, il foglio fermato sulla bacheca con una puntina rossa. Occhi neri, capelli rossi tinti, non male, come una piccola puntura di metallo, ma ancora non era lei. La terza ancora a casa sua, altra festa, gente che non ricordo. Sesso minimalista sopra le coperte del suo letto. Non che non l'avessi programmato. Sapevo abbastanza di lei e di me ubriachi da immaginare la scena. Ma c’era stata la fisicità sudaticcia del momento, non molto altro. Non era lei, nella voce, sui vestiti, sui capelli, negli occhi, sotto la pelle c'era una perfetta estranea. Certo l’avrei rifatto, con l'occasione giusta.
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Così era insopportabile che non scrivesse da otto giorni, che fosse così inutile suonare un campanello a tre piani e un ammezzato di distanza. Lei era poche righe ogni giorno, distillata, senza corpo, senza odore, in courier nero su bianco, una forma adorabile di rotondità meccanica. Non era quella che respirava sotto un mucchio di coperte, o sul mio collo rasato male.
Non volevo infilare le parole dentro un corpo.
La panchina era verde di una vernice gommosa e lucida, le scaglie spesse erano cadute dagli angoli. Asfalto grigio, tintinnio da bar, risate di adolescenti in rosa e cani ad annusare gli angoli. La sua finestra era chiusa e del tutto anonima. Avrebbe potuto aprirsi per una tovaglia piena di briciole, una faccia di bambino chiuso in casa con l'influenza, una ragazza sui vent'anni con una sigaretta accesa. Ma lei non era i riccioli rossi tinti dietro il vetro, non era un nome scritto a matita dura su un campanello, e neppure la voce al telefono, figurarsi un messaggio automatico del gestore.
Per questo tornai a casa. Aprii il frigo e mangiai qualcosa da una busta, e aspettai altre parole. Da smontare e rimontare nella mia testa, per poi sputarle di nuovo al mittente, per osservare l'urto, un urto fisico di pensiero, un contatto.
Sono ancora qui. Certo ogni tanto esco, compro il latte e le sigarette, mi iscrivo ad esami a cui poi non mi presento e bevo birra la notte. Nessuna spirale di annullamento, non temete. Sono ancora io. |