la monografia - n. 6   Abiti

a, b, t

di shemale

Certe volte è dove abiti che fa la differenza e nel suo caso lo era. Si coricava nella desolazione delle Case Gemelle, dietro gli spifferi di idrocarburi aromatici e tossine di manganese. Suo padre tornava a tarda sera dalla raffineria, grattando un pezzo di intonaco del muro quando saliva. Aveva un alito di vino e bitume e la fibbia della cinta sempre pronta all’uso. Forse per la vicenda di sua madre, che aveva bazzicato troppi garage nei dintorni. Nessuna più la sopportava fra le donne, e un ragazzino gliel’aveva pure detto, un giorno. Gli altri erano rimasti impietriti, perché lo aveva strapazzato a calci e pugni per quasi mezz’ora. Era persino arrivata la polizia, poi le cose erano state taciute in qualche modo. Come sempre, peraltro. Però su quella storia nessuno aveva più messo bocca.

Certe volte sono gli abiti che indossi che fanno la differenza. Lui portava le pezze smesse di suo cugino, sempre corte, sdrucite, striminzite, niente Benetton, Blukids o Level Eleven. E quei calzoni d’altri tempi in lana di pecora, talmente svigorita che gli raspava a bruciapelo le abrasioni della cinghia, ogni passo che faceva. Sua madre, più che infilarseli, i vestiti se li toglieva, ma dal giorno dei bambini impietriti non ne parlava più nessuno. Lui si teneva le cinghiate in ricompensa, senza neppure fiatare.

Certe volte sono gli abiti che hai a fare la differenza. Lui aveva l’inclinazione a trattenere il respiro, quando suo padre si avvicinava con le vampe negli occhi, dopo aver messo mano all’armadio: aveva le lingue di fuoco della raffineria nello sguardo e la sua brace velenosa sparsa sulla cintura. Oppure, quando sua madre svicolava nelle ombre di qualche androne insieme a un uomo qualunque o arrivavano inviperiti quelli del Curvone, bastoni e biciclette. Lui si teneva le botte come niente e ne rendeva il triplo in compensazione. Non si erano più fatti vivi negli ultimi tempi.

Certe volte è il tuo ”habitus” a fare la differenza e nel suo caso lo era.

Aveva un portamento ostile, massiccio, intimidatorio, come la taglia smisurata di quel mostro d’acciaio e combustibile che rombava dietro il palazzo. Non per suo padre, ovviamente, ma i ragazzini delle Case neppure osavano aprir bocca con lui nei paraggi. Era una specie di semidio maligno per ciascuno di loro, un totem dall’alito di latte biscottato e un tanfo sconcio di miseria in aderenza agli occhi. Anche per quelli del Curvone, da un po’ di tempo.

Certe volte sono i monaci, non gli abiti a fare la differenza. Specie nel caso di Don Michele, che gli abiti se li era sfilati profanando la Sagrestia, a dire di tutti. Colpa di sua madre, naturalmente, e in quel tempo uno scandalo sproporzionato aveva inorridito le donne e qualche ilarità di troppo era transitata fra gli uomini. Lui non aveva frignato, ma le cinghiate in quel periodo si erano fatte insopportabili.

Certe volte è l’abbittì, non l’abbiccì, che fa la differenza. Come per quell’idiota dell’insegnante, che si chiamava Fiorino Cesaroni, ma era pungente più di una spina. Alzava subito le mani, bastava un nonnulla, e nella classe erano tutti terrorizzati. Tranne lui, ovviamente. “Mena, mena…”, pensava, dopo averlo canzonato. Tanto sarebbe venuto il giorno in cui gli avrebbe reso la pariglia, lasciandogli pure il resto come mancia. A Febbraio avrebbe già fatto otto anni e stava ancora in prima, ma neppure quelli della quinta si permettevano di contraddirlo. “Allora che studiano a fare?”, si chiedeva divertito. Così, ogni occasione era propizia per mettere un po’ di botte sul conto di quello scemo di Fiorino. “Adesso, l’alfabeto. Tu, Esposito!”. “A, B, D….”, rispondeva, fingendosi serio. In classe ridevano tutti a squarciagola e il maestro si imbestialiva come un orco. Lui sentiva quel bruciore inconsistente sulla guancia e riattaccava all’istante : “A, B, G…”. Ora i bruciori impalpabili erano due: “A, B, P…”.
Cominciava a far male, ma alla fine era meglio così: “A, B, T…”.

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