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di gretsch
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Se ne stanno così, fianco a fianco, nel buio. Il tempo li ha abituati a questa oscurità, a questo silenzio, e anche all’inevitabile promiscuità.
Bisogna sapersi adattare. Quando le cose vanno bene ognuno ha i suoi spazi, la sua libertà; è nei tempi brutti che ci si trova a condividere luoghi angusti, e a dover mettere in comune anche i propri odori. E tocca abituarsi.
Nessuno li disturba, nessuno li cerca. Se ne stanno lì, spalla a spalla, gomito a gomito, uno addosso all’altro, nel chiuso dell’armadio.
Ma non vuol dire che ciascuno abbia rinunciato alla propria natura. I più vecchi recano segni di una consunzione che sa essere decorosa, se non apprezzabile.
Tra questi, uno impone rispetto. Le sue origini e la sua vocazione non gli hanno risparmiato i soprusi della vita, e i segni di questa esistenza sofferta ma dignitosa si percepiscono subito e glieli si potrebbero leggere addosso, se qualcuno aprisse l’anta con lo specchio all’interno.
Nel taschino custodisce ancora qualche chicco di riso, un riso coltivato con fatica in tempo di pace e lanciato con gioia augurando ancora pace. A quell’augurio seguirono invece anni feroci e amari, di lutti e rovine, di paura e di miseria, durante i quali non poté permettersi di stare in disparte per apparire solo in certe occasioni, come prima gli sarebbe stato lecito: erano tempi duri, in cui ciascuno doveva adattarsi. Come molti d’allora, tuttavia, era di fibra forte, e tanto poteva sopportare, e sopportò: botte, strappi, graffi, curati con la pazienza e la tenacia di chi non vuol rinunciare al decoro.
Malgrado tutto, però, i segni restano. L’usura non si può nascondere. Le cicatrici si avvertono: se si passa un dito in certi punti se ne sente il rilievo. Già questo ispira rispetto.
Qualcos'altro è rimasto - qualcosa rimane sempre - tra le pieghe, nelle fibre. Pioggia e nebbia di paese, vino e fumo d’osteria. Il sangue d’un pugno rabbioso. Fango di fiume, un piccolo fiume compagno di piccole vite, che portava lontano, e di cui pochi avevan visto la fine. Sulla spalla, lo sbaffo d’un rossetto, e il sale di certe lacrime.
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E nei risvolti un altro sale, mischiato a sabbia gialla e fine, mai vista prima, la sabbia di un pomeriggio stupito e trasognato, che i chicchi erano ancora nuovi nuovi nel taschino, e si stette muti, le scarpe in mano, a contemplare finalmente la distesa azzurra dove finiva il piccolo fiume.
L’ultima volta che l’anta rimase spalancata fu tanto tempo fa. Entrò una luce stantia, entrò un’aria spenta, che ancora sapeva di candele e di pianto, e metà di loro uscì, per non tornare. Se ne andarono quelli colorati, leggeri, quelli coi fiori: fiori disegnati sulla stoffa e nostalgie di fiori veri nella trama: soffi di pollini, briciole di petali lontani.
Da allora il cigolio dei cardini si udì sempre più di rado. Certe volte l’anta sbatté rabbiosa, e lo specchio tremolò nel buio. Le notti si fecero più silenziose; solo rari colpi di tosse, gemiti trattenuti, e lo stanco zoppicare della pendola.
Poi, una mattina, una sirena; poi voci mai sentite, tramestio di passi, e poi silenzio.
Ora lo specchio non vede, e non si lascia vedere; quasi vien da chiedersi se ci sia mai stato. Lo spazio s’è fatto meno angusto, ci si sfiora appena, eppure si rimpiange quel tempo in cui si era così fitti; si stava pigiati, ma almeno si usciva, a turno, e quando si rientrava si portava un poco d’aria nuova per tutti.
Il profumo d’olmo piallato di fresco, di gommalacca, di cera, di canfora, di lavanda, le essenze da poche lire e il profumo di gala di una sera, son tutti diventati un solo, sbiadito sentore.
La polvere filtra dalle commessure, si deposita sulle spalle, sui fianchi, e attenua i colori.
La pendola s’è stancata di camminare, e il silenzio notturno è interrotto solo dagli scrocchi del legno vecchio, e del lavorio assiduo dei tarli.
Si rimane così, fianco a fianco, appesi ai ganci come marionette in attesa.
Tra poco sarà l’ora delle tarme.
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