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l'ascensore
di mauro gasparini
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Il mozzicone volò attraverso il giardino e, aiutato da una folata di vento, finì al centro della pozzanghera al quale lo aveva destinato più la volontà del lanciatore che la sua mira.
Lo scrittore esultò senza convinzione per l’insolito risultato, guardò per un istante verso il grigiore che teneva in scacco tutto il pezzo di cielo sopra il suo giardino, chiuse la porta-finestra e se ne tornò a finire il caffé. Sul tavolo del soggiorno era spiegata la pianta della casa. Per quanto difficoltoso fosse orientarsi in quella sequenza di pareti tondeggianti, era ormai certo che le misure fossero sbagliate: se infatti il perimetro esterno coincideva al millimetro con le quote segnate, all’interno gli mancava poco meno di un metro quadrato. L’appuntamento con l’architetto era di lì a due ore, poi avrebbe saputo.
L’unico rumore nella casa era lo snic snic snic che produceva agitando di continuo la gamba. Odiava quella sensazione di ansia perpetua e rifiutando di infilarsi in una sequenza di riflessioni inconcludenti si alzò, ripose la tazza nel lavello e scese nell’interrato. Entrò al buio nella sua stanza da lavoro, accese il computer e sprofondò nella poltrona accostata alla parete opposta. Ad occhi chiusi si lasciò pervadere dal suono della macchina che si avviava e come ogni giorno scivolò in quello strano stato di coscienza alterata che chiamava l’ascensore. La faccenda andava più o meno in questo modo: penetrava, con il suo io cosciente, all’interno della zona più oscura della sua mente, entrava nella cabina di un ascensore ultramoderno e scendeva per chilometri nelle viscere del proprio pensiero. Le porte si riaprivano in una stanza quadrata, non grande, uniformemente illuminata, con le pareti interamente ricoperte di schedari in legno molto simili a quelli usati dagli entomologi per conservare le loro collezioni di morte in punta di spillo.
Il primo cassetto era sempre lo stesso: ne uscirono nuvole di farfalle colorate che con la sola forza del battito d’ali dilatarono la stanza e ne aumentarono a dismisura l’altezza a mano a mano che il loro volo le conduceva verso l’alto. Salendo, il nuovo spazio si addensò in pigmenti cangianti che si posarono su fogliame invisibile, rivelando gradualmente una volta di rigogliosi alberi secolari mossi da una brezza odorosa di pioggia. L’occasione per annotare l’inclinazione a cominciare sempre dallo stesso cassetto c’era, ma veniva regolarmente vanificata dall’angoscia per tutti quegli schedari che non erano mai stati aperti e che probabilmente non lo sarebbero mai stati.
Prima che una sola goccia di pioggia potesse superare la barriera della volta vegetale, dal secondo cassetto uscirono cristalli di cristallo, a milioni, lievi come una nevicata all’incontrario, animati dal desiderio di riunirsi ad imitare il cielo. Sparite le già lontane pareti, fuori dagli schedari quel giorno si aprì una prateria senza confini visibili, tappeti di fiori protetti da una serra apparentemente infinita, e miglia di grano piegato da un occhio sapiente sul quale le ragioni dell’universo trovavano asilo in complessi simboli di immediata comprensibilità, solo che lo sguardo sapesse afferrarli prima che un branco di balene giungesse ad increspasse la superficie del grano, svelando la natura liquida di quel mare di pagliuzze d’oro nel quale le masse vive portarono scompiglio nell’ordine.
Fu la volta del terzo cassetto. L’abito meccanico era vivo e pensante. Lo compenetrò, lo sussunse, se ne fece occhi pensiero e volontà. Volava, volava alla velocità del pensiero, del sogno, del desiderio. Planava, increspando l’aria che si aggrovigliava in volute azzurre e dense. Puro godimento. Poteva volare fino al confine estremo dell’universo e guardarlo da fuori, poteva proseguire oltre, fino a farsi inghiottire dal nulla. Un attimo dopo era di nuovo sopra le balene, a volo radente sull’oro.
La volta del cielo scricchiolò, l’azzurro cadde tutto in una volta ridotto a schegge assassine; ci voleva più tempo a sentire il loro sibilo che ad esserne trafitti. Poco male. Bastò un gesto della mano, un’unica passata sulla lavagna del pensiero e la stanza tornò alle sue forme consuete, il pericolo cancellato, il batticuore orientato al quarto cassetto, quello delle donne amiche, volti sorridenti e rilassati che non avevano altro da chiedere se non di condividere uno sguardo, un gesto, il calore del corpo che argina la morte, che ne rallenta il cammino.
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E quante! Come si può avere un ideale quando nell’anima di ciascuna si nasconde almeno un frammento di bellezza?
Il gracchiare roco del campanello penetrò giù fino alla stanza facendo vibrare il pavimento. Uno, due, tre colpi di pollice ruvido affondato nel pulsante, poi il silenzio. Ordine, anche le amiche aiutarono a riallineare gli schedari. Di nuovo il campanello, questa volta insistente e ripetuto. Come poteva fingere di non esserci? Era stato proprio lui, solo due ore prima, a chiedere a Giovanna di passare. O erano di più? In realtà non aveva importanza, era comunque l’ora di andare, perché un fatto era certo: più a lungo restava nella stanza, più tempo l’ascensore ci impiegava a risalire.
Mentre aspettava che la cabina lo riportasse in superficie, lo scrittore indugiò ad osservare la propria immagine nello specchio a parete. In passato gli aveva sempre dato le spalle, rimanendo concentrato sulla fessura delle due mezze porte accostate, ma quel giorno gli venne il bisogno di accertarsi che il suo aspetto fosse coerente con quello cui Giovanna era abituata. Già, Giovanna la temeraria, architetto nei giorni feriali e provetta scalatrice nei fine settimana, tanto impavida nel tracciare strutture inconsuete sulla carta, quanto assennata e meticolosa nel controllare l’integrità di ciascun metro di corda o la tenuta di ogni singolo chiodo. Giovanna che per fama e prestigio lo superava di gran lunga, ma che aveva ritenuto un onore poter progettare la dimora del suo amico scrittore. Giovanna l’ingenua, che gli invidiava la possibilità di non avere limiti nell’esercizio della fantasia, di essere signore di un metro assoluto di libertà. Non che le sfuggisse che la scrittura era anche esercizio di statica, ma vuoi mettere, diceva, quando basta una buona frase per uscire dalla galassia?
Fantasia… lo scrittore sapeva che la fantasia l’aveva appena lasciata nei cassetti chiusi della stanza, proprio nell’unico luogo nel quale non aveva bisogno del proprio mestiere. La scrittura era per la vita di superficie, era il sacco impermeabile che evitava ai pezzi di cadere per strada, era la colla che gli permetteva di andare tutto intero a bere un caffè, l’abito che nascondeva le suture, il gancio che lo teneva attaccato al carretto del mondo. La scrittura non aveva bisogno della pura fantasia, la scrittura era essa stessa strumento, grimaldello necessario a liberare le storie che avevano bisogno di essere raccontate. Almeno lo era per i persuasi, per coloro che della scrittura sapevano essere interpreti. Ma per lui… per lui la scrittura era l’unica alternativa al non esserci, la sola possibilità di non trascorrere il resto dell’esistenza giù nella stanza. O in quel maledetto ascensore. Scrivere, al fondo, era il tentativo di arginare la violenza della parola, di quel suo marchio che ti segna prima ancora che tu ne sappia pronunciare una soltanto e che, in qualche sua pomposa articolazione, sovrasterà i due metri di terra ai quali sei destinato. Sempre. Ma non era quello il giorno giusto per fare i conti con gli specchi, non c’era il tempo di giocare di sponda con lo spazio minimale che sapevano duplicare, quello era il giorno dello spazio che mancava, del metro sparito, inghiottito da un segno sulla carta o da una ribellione della geometria.
L’ascensore si arrestò poco dopo, l’intensità delle scampanellate gli confermò di essere di nuovo nel mondo. Le porte tuttavia si aprirono su di una parete nera, lo specchio alle sue spalle si dissolse, la luce si spense.
L’orrore era un pettine di ferro che gli incideva la nuca da sotto in su.
Urlò senza controllo e cominciò a tempestare di colpi il buio che aveva davanti. La parete risuonò vuota e questo gli dette la forza di insistere. Poi fu questione di un attimo. Si aprì insperata una breccia nella quale due mani entrarono a forza, demolendo quanto bastava per afferrarlo e issarlo nel soggiorno.
Lo scrittore e Giovanna se ne stettero a lungo abbracciati ad osservare il muro che riassorbiva la ferita e restituiva alla casa il metro mancante.
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