la monografia - n. 6   Abiti

cristallina under water

di sciallieventagli

Gli specchi – lo sapevo - conservano, nella smisurata memoria che s’estende fra il cristallo e la sottile patina d’argento riflettente, ogni immagine trascorsa e catturata.
Guardandoli di taglio, oppure incidendo la superficie con un diamante, si può farle fuggire via.

La vidi venire verso di me stringendo a pugno la mano sinistra appena davanti alla bocca, come volesse nascondere, per celia, un piccolissimo segreto.
Indossava un abito alla moda degli anni ’80. 1980, voglio dire.
Un vestito di cotone leggero con intarsi di pizzo e nastri alle maniche ed al bordo.
Entrò attraverso lo specchio dell’antico salone del caffè Florian, quello coi velluti rossi e le cornici d’oro.
Quando mi fu vicina aprì la mano sulla quale brillarono improvvisamente cinque o sei pezzetti di vetro verdazzurro con un lato striato di vernice dorata.
Oh no, non era vernice quella.
Era oro zecchino. Antichissimo oro.
Foglia d’oro bizantino.

Mi guardò con un’allegra cupidigia negli occhi soffiando verso me poche parole: “Sono tessere del mosaico dell’abside di S. Marco. Me le ha regalate lui”.
Dallo specchio affiorò un uomo dai lineamenti antichi, i capelli brizzolati.
Fuori pioveva ed i loro abiti gocciolavano sui pavimenti settecenteschi; le trine dell’abito sembrarono invecchiare di colpo.

Non v’era alcun dubbio, lo specchio li aveva ammaliati e li avrebbe per sempre conservati nella cornice della grande sala, incastonati nel labile confine fra epoche; un po’ grigi e polverosi come personaggi di Kantor.

“Piove troppo -la voce dell’uomo s’era fatta di puro cristallo- non potete riprendere la motonave”. Poi sottovoce aggiunse: “Ho da poco finito di restaurare una casa alla Giudecca. I proprietari ancora non ci abitano. Potreste dormire lì stanotte.”

L’acqua, ricchissima signora dalle vesti gonfie di lacrime, trapunta di rivoli i percorsi dell’uomo.
Attraverso le trine ed i merletti, attraverso ogni sagoma spezzata s’intravede un mondo lontano. Ogni cosa raddoppia, ogni doppio si piega, si distende e si spezza in mille altri se stesso. Un immenso riflesso della natura e della vita si raccoglie nella sua cornice di marmi antichi, e di nuovo si spezza in mille frantumi. E non v’è mai la certezza di non essere già esistiti, oppure giunti alla gloria specchiata.

Ci avviammo in fretta con uno scalpiccio di marmi bagnati, tagliando dietro le Procuratie, attraversando il Ponte dell’Accademia, percorrendo calli strette e corti dai nomi evocativi fino a giungere in fronte alla Chiesa del Redentore.

Largo e mosso come una sinfonia di Mozart il Canale della Giudecca ci si apriva davanti. Le acque gonfie e grigie davano bagliori argentei al mezzogiorno ch’andava sfumando.
Alle spalle Venezia, già dimenticata.
Ci fermammo davanti a una porta a vetri incastonata in un muro bianco e liscio. Nessun decoro, nessun fregio. Solo intonaco bianco, ingrigito dal cielo.
Scendemmo una rampa di scale e ci trovammo sotto il suolo d’acqua e onde della città.
Improvvisamente in un altro mondo. La casa s’apriva nelle fondamenta d’un palazzo.

Una casa subacquea.

L’acqua sovrastava l’ingresso e la prima parte del grande salone.
Lì, dove l’acqua flottava, il soffitto era fatto in vetrocemento e lasciava trasparire il leggero ondeggiare.
Tutti i muri erano bianchi e s’aprivano stanze, una dentro l’altra, come il percorso d’un labirinto felice; e in ogni stanza s’animavano manichini antichi rivestiti d’abiti fuori dal comune.
Manichini di stoffa che indossavano imponenti abiti barocchi, manichini di rete metallica avvolti in veli spumosi ed avvitati di tralci di rose bianche; colli su cui svettavano composizioni di spighe e sottili vimini verdi, di stecche di cannella e piccole zucche, di amaranti ed edere; passamanerie ed organze, bordi di mantelli con piccoli piombi, orli di gonne bordati di nappine. Abiti scultura di carta opalescente, gonne di broccato intagliato, gabbiette cinesi per usignoli d’imperatore ai piedi di grandi gabbie di giunco, un tempo armature di gonne e crinoline.

E poi quelle scarpe poggiate lungo il percorso. Tante, nuove, diverse. Scarpe con fibbie e tacchetti sagomati, stivali di cuoio, sandali alla schiava, scarpe inglesi cucite a mano e due splendide babbucce marocchine color sangue di piccione. Tutte accostate l’una all’altra con una sorta di pudore aggraziato.

Come se qualcuno le avesse dimenticate lì.

Come a segnare la strada fin dentro lo specchio grigio argento posto al limitare del corridoio che rifletteva immagini ondulate, increspate, disciolte.

Come se qualcuno le avesse liberate.

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