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la serva
di demetrio paolin
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Lavai il mio padrone.
Mentre lo detergevo con le bende intrise, e lo guardavo stordita di vedermelo davanti, gli graffiai una ferita e fui io a urlare. Lui ruotò gli occhi come se fosse la prima volta che udiva la mia voce e fece una smorfia che voleva essere un sorriso: “Ruth non ti preoccupare, non ho sentito niente”.
Mi cresceva un segreto spavento: se il suo corpo fosse diventato altro da quello che avevamo sempre visto? Il mio padrone, però, senza dare caso alla mia presenza, si era alzato nudo e vuoto per prendere la veste e asciugarsi; lo guardai muoversi.
“Che c'è? Non hai mai visto il tuo padrone, Ruth?”
“Mio signore, devi perdonarmi. Oggi sono veramente distratta”
Poi incominciò ad asciugarsi con una rabbia prepotente e quel movimento deciso delle braccia lo ripeté più volte con una frenesia sempre maggiore: “Maledizione, Ruth, ma quali sali hai usato?”
“I più freschi e profumati, signore”
“E allora che cos' è questa puzza? Significa che non mi hai lavato bene. Credevo che tu fossi la più brava, ma forse non è così. Ora esci, va'!”
Io mi inchinai ed ero fuori dalla sua stanza.
Mandai Ester, ma anche lei e poi tutte le altre furono cacciate. Il mio padrone gridava: “Ma è possibile che nessuna riesca a lavarmi con decenza e a togliermi di dosso questo schifo che sento sulla carne?”. Toccava a me tornare dentro e cercare di nuovo di lavar via questa rabbia.
Prima di tornare ai miei servizi guardai fuori nella corte di casa, pensavo a quello che era successo, alla crudezza di quel sole mattutino in cui le speranze di una casa erano andate perdute. In quel giorno tutti avevamo camminato fino alla spianata desertica con le vesti nere, la testa ricoperta di polvere. Poi erano seguiti quattro giorni di silenzio bianco, fino a quando un uomo venne dal villaggio e ci disse che qualcuno andava verso la piana e camminava come chi ha fretta.
“Scusami, Ruth, - disse il mio padrone quando rientrai - per il mio scatto d'ira, ma non so cosa pensare, né immagino i vostri pensieri. Tutto è avvolto per me in una profonda nullità. Io, Ruth, non ho sentito niente, neanche il minimo spavento. Semplicemente non ero più”
“Mio signore, – dissi quasi a porre fine a quella confessione - desideri fare il bagno? La padrona Marta mi ha detto che dobbiamo fare in fretta, sarai l'ospite d'onore e ... – aggiunsi con titubanza - ci sarà anche lui”
“Lui! Lui! - il padrone si alzò di scatto come se volesse buttare a terra ogni cosa - Lui!”. Poi urlò: “Cosa mi hai fatto? A quale dannazione mi hai condannato?”. Strinse i pugni con forza, mi parlò nuovamente: “Ti rendi conto, Ruth, del potere funesto di quest'uomo? Avvicinati, senti il mio odore”
“Ma padrone, io non posso...”
“Ruth, te lo ordino e tu non mi puoi disobbedire”
Mi avvicinai. “Padrone, tu profumi – dissi - significa che le altre serve sono state più brave di me”.
“Ruth, – e rise, dicendolo - se io annuso questa carne, sento un puzzo nauseante, che non riesco a togliermi di dosso. So la nostra comune condanna”. Qui si fermò e riprese una voce più quieta: “Ruth, sei tu che devi perdonare il tuo padrone, che ti tedia con queste riflessioni grame, mentre per te è giorno di gioia”
“Signore, io sono confusa, quello che è successo va oltre l'immaginazione di un’umile serva”
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“E sia! Verrò al banchetto, ma dopo, finita la festa, parleremo di questo sospetto che ho nel cuore”.
Al banchetto i suonatori di flauto e di tamburello accolsero il padrone in un tripudio di danze. Maria e Marta lo baciarono tutto, come fosse un bimbo appena nato. Il padrone, confuso e spaurito da tanto affetto, si era appena seduto al posto d'onore, quando lui entrò e, mettendosi davanti al mio signore, lo strinse con tutta la forza che aveva. E scoppiò a piangere.
Il frastuono della festa era un ricordo nella stanza, dove il padrone guardava fuori nel buio della notte e diceva a mezza voce: “Non c'è nerezza simile a quella. Io penso che fosse nero, ma poteva essere anche un bianco così luminoso che è tenebra per i miei occhi. Ma io non avevo più occhi od ossa, o sangue, o liquidi nel corpo, o umori.”. Mi vide sulla soglia: “Ruth, dai entra, vieni qui”
“Padrone, preferisco stare qui”
“Va bene, ma ora raccontami di questa mattina con precisione”
Io ebbi timore del suo sguardo fisso su di me, e incominciai: “Dicono che lui si era mosso non appena aveva saputo della tua morte, e diceva: Il nostro amico si è addormentato; ma vado a svegliarlo. Tua sorella, Marta, gli andò incontro e gli disse: Signore, se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto; e anche adesso so che tutto quello che chiederaia Dio, Dio te lo darà. Egli arrivò e quando gli indicarono la tomba, lui pianse e tutti dissero: Vedi come l'amava. Lui chiese di spostare la pietra, Marta disse: Signore, ma egli puzza, già siamo al quarto giorno. Ma il Nazzareno non volle sentire ragioni e, quando la tomba fu spalancata, pregò: Padre, ti ringrazio perché mi hai esaudito. Io sapevo bene che tu mi esaudisci sempre; ma ho detto questo a motivo della folla che mi circonda, affinché credano che tu mi hai mandato. E poi disse il vostro nome: Lazzaro, vieni fuori. E tu, padrone, venisti fuori dal buio della tomba alla luce. E io pensai: E’ un miracolo...”
“Ma non credi che tutto questo sia terribile? Non pensi che la mia morte, la mia rinascita, le sofferenze tue, degli altri servi e il dolore delle mie sorelle siano state usate per la Gloria di Dio? Io non sono vivo per amore. No, io sono solo una prova vivente della sua potenza e della sua gloria. Io non sono più un uomo, ma un testimone della sua potenza. Nessuno penserà più a me come a Lazzaro, ma penserà a me solamente come a colui che è stato resuscitato dai morti”
“Ma padrone, tu sei qui, vivo, tanto che il tuo corpo fa un’ombra lunga alla luce delle candele”
“Ma non sono più io. E questa puzza che sento? Per quanto dovrò sentire il mio corpo che si decompone? Ruth, tutto ha perduto senso. E lui, che è onnipotente, lo sapeva che, risvegliandomi, questa sarebbe stata la mia condanna: lo schifo della vita. L'ha fatto, e non è per amore che sono vivo, ma per la Gloria Sua e di Dio”.
Rimase in silenzio per un tempo indefinito, guardando fuori immobile e profondo.
“Ho deciso - mi disse - ho deciso e tu, Ruth, non potrai dire di no. La prossima settimana le mie sorelle andranno via e io, quel giorno, mi ucciderò; tu non devi avere paura, perché io sono già morto. Questo che ti parla non è Lazzaro, il tuo padrone. Io mi ucciderò e tu farai in modo che il mio corpo venga bruciato”.
Poi con un cenno di congedo se ne andò e la luce della luna mostrò ben piegati e ancora sporchi le bende e il corredo funerario.
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