la monografia - n. 6   Abiti

tre rose d'argento

di hotel messico

Quando gli ingegneri della Piaggio presentarono il progetto definitivo dell’Ape, il celebre tre ruote, i dubbi che ne seguirono superarono di gran lunga il numero di certezze. Scomodo da guidare per via della schiena troppo protesa in avanti, pericoloso nelle curve per colpa di un baricentro troppo alto, impossibile da frenare in discesa a causa del suo sistema frenante a dischi totalmente inefficace e talmente rumoroso da poterne avvertire il passaggio fino a tre chilometri di distanza con il vento a sfavore. L’allora direttore della produzione Piaggio, Marco Diamantini, disse che quel mezzo, nonostante la mancanza evidente di una ruota e considerando l’esagerato numero di morti che ne sarebbe seguito, sarebbe stato uno dei più grossi successi commerciali della produzione motoristica italiana. E non si sbagliò.

Dico, ma ce l’avete presente il suono che fa il motore di un tre ruote della Piaggio? Immaginate di viaggiare con una specie di zanzara enorme dietro le spalle che puzza di miscela, oppure di una sega elettrica. Meglio ancora, una zanzara enorme che sta tagliando qualcosa con una sega elettrica. Ogni buca, ogni sasso su cui i pneumatici passeranno, farebbero molto meno male se ve li scagliassero direttamente contro la schiena, senza parlare poi dei calli che vengono in mezzo ai palmi delle mani per tenere stretto quel manubrio. Si guida male sull’asfalto, sullo sterrato, sul pavè, sui sampietrini e sulla terra umida. Non si è mica capito per cosa l’hanno fatto, ‘sto maledetto tre ruote.
Comunque.

Marinella l’ho conosciuta in quel paese a valle, subito dopo il fiume. Il sole batteva forte e fuori dal cimitero ci stava molta gente che entrava con fiori e candele, che dai morti non si può mica andare a mani vuote. L’odore dei fiori appassiti era forte, e i morti un poco puzzano di loro, si sa. Parcheggiai il tre ruote all’ombra di un muro perimetrale e tirai fuori un po’ di merce. Ci stavano mosche carnarie dappertutto e un canaletto di scolo putrido che doveva uscire diritto dalla sala mortuaria del cimitero, per come puzzava. Un paese di morti di fame, doveva essere quello.
C’avevo appresso denti d’oro, bracciali veri e falsi, cravatte, scarpe e vestiti, roba pulciosa, con sopra ancora il sangue dei cadaveri ai quali li avevo sfilati, ma a quei poveracci piacevano e tutto sommato il prezzo che gli facevo era buono. Pure una gamba di legno, c’avevo. Al primo storpio che s’avvicinava giuro che gliel’avrei venduta. Dicevo di Marinella. S’avvicinò piano al tre ruote. Da quando comparve nel mio campo visivo ci mise venti minuti per arrivarmi vicino. Si vedeva che c’aveva paura di dare fastidio, quella ce l’hanno tutti i poveracci. Un senso di inadeguatezza che non si riesce mai a togliergli di dosso. S’avvicinò e si mise a guardare i vestiti appesi al tre ruote. Uno di velluto blu le piaceva parecchio, da come se lo guardava, che poi a dirla tutta il velluto blu prende dei riflessi strani e sembra un poco viola e un poco rosso, a seconda di come si inclina sotto la luce. Ci passava sopra le mani e, facendoselo passare in mezzo alle dita, tastava la qualità della fibra. Marinella non somigliava per niente alla ragazza che l’aveva comprato tre settimane prima. Lei se ne stava bianca e immobile dentro alla bara con le mani incrociate al centro dello stomaco. C’aveva i capelli biondi e una mascella sottile e fragile come un vetro nel quale avevano soffiato troppo forte. Chissà quanti ne aveva fatti morire lei, prima di morire per davvero, bella com’era. La rigirai per bene nella bara per non rompere il vestito e stetti pure attento a non farle spezzare un braccio, mentre faceva le torsioni. Mica è una cosa semplice. Niente denti d’oro, niente anelli, niente collane, niente trecce finte. Solo il vestito, c’aveva. Quando riuscii a sfilarglielo di dosso vidi che era stata seppellita senza mutandine e reggiseno. Io guardai quello che ci stava da guardare, mi feci il segno della croce e richiusi il coperchio della bara. Il vestito di velluto aveva un piccolo orlo con delle rose d’argento ricamate sopra e sotto la luna di quel cimitero di campagna brillavano come se dentro ogni rosa ci fosse una candela.
Da come lo sfiorava si vedeva proprio che le piaceva, il vestito di velluto, a Marinella.
- Ce li hai i soldi?- le dissi.
Mi fece una specie di sorriso e con la testa fece cenno di no. C’aveva un poco i denti larghi davanti.
- Vieni qua – le dissi – che ci mettiamo d’accordo.
Trovammo il compromesso nel retro del tre ruote, in mezzo ai denti d’oro, alle dentiere, alle parrucche, facendo cigolare gli ammortizzatori che non vedevano una pennellata di grasso da troppo tempo.

Niente di cui scandalizzarsi comunque, che non era mica la prima volta che chiudevo certi accordi e per quello che ne potevo capire pure Marinella sapeva il fatto suo in diplomazia. Dopotutto quello era il progresso. Fu proprio per questo che Marinella mi piacque da subito, e se non fosse stato per quei due incisivi davanti troppo larghi, Marinella sarebbe stata la donna più bella dell’intero paese dei morti di fame. Restai in quel paese una settimana, aspettando di riprendermi quello che mi apparteneva. Durante i primi due giorni Marinella mi venne a trovare spesso, a darmi gli spiccioli che le erano rimasti incastrati in mezzo alle cosce, se così si può dire. Quando faceva freddo io dormivo nel retro, dentro alla copertura di alluminio del tre ruote, altrimenti stavo sotto la luna. Cucinavo con un piccolo fornellino a gas e poi me ne restavo all’aria aperta a intrecciare la lana per fare i braccialetti come m’avevano insegnato gli zingari anziani dell’accampamento. E quando l’odore dell’erba umida si sentiva davvero forte mi venivano sempre in mente questi versi in lingua sinti: Maškár lénde le rom rakaréna, par te nakén i rat ne stéto rodéna. Roba che si perdeva nel tempo e che la notte ti restituiva, così come il giorno li oscurava. Marinella veniva sempre col vestito di velluto e l’indossava con cura, che lei un vestito così bello non ce l’aveva mai avuto. Poi il terzo giorno morì. La ritrovarono morta stecchita la mattina del quarto giorno in mezzo al letto, con la bocca e gli occhi aperti, drammaticamente spalancati, per la paura di quello che aveva visto prima di morire. Mi chiedo come sia morire di paura. Le comari del paese le chiusero gli occhi e con un fazzoletto di stoffa le serrarono la bocca, che quei due incisivi troppo larghi erano proprio brutti da vedere. La seppellirono due giorni dopo, con il vestito di velluto e le rose d’argento opaco, nel cimitero del paese, dentro a una bara di frassino. La notte stessa che l’avevano calata nella fossa, andai a riprendere il vestito di velluto. Sotto la luna le rose tornarono a brillare.

I copertoni del tre ruote facevano rumore sullo sterrato. Le pietre più piccole schizzano via all’impatto con i pneumatici e quelle più grandi invece mi facevano saltare per via degli ammortizzatori sempre troppo rigidi. Arrivai in un altro paese alla ricerca di un meccanico, di qualcuno che ungesse quei maledetti ammortizzatori. Dopo due ore che guidavo, la schiena provava a creparsi in diversi punti, tante erano le vibrazioni che si scaricavano sopra. Trovai la bottega di un meccanico proprio all’ingresso del paese sulla statale che andava verso sud. Il meccanico era uno alto e secco, stava steso sotto una macchina e le gambe gli uscivano per intero da fuori. La moglie l’aiutava nella bottega.
- Gli ammortizzatori, vero? – disse lui che stava ancora sotto alla macchina.
- E la mia schiena – dissi io.
- Per quella non posso farci niente, però in paese ci sta un buon dottore.
Il ragazzo uscì da sotto alla macchina e s’avvicinò al tre ruote. A vederlo bene il tre ruote era inclinato tutto da un lato sotto il peso dei vestiti. Il ragazzo era sporco di grasso e sudato ma puzzava non più della metà di quello che potevo puzzare io. Mentre il ragazzo cercava la maniera di arrivare alle molle degli ammortizzatori, la moglie prese a guardare la mercanzia.
- Me lo compri questo? – disse la donna al marito mentre stringeva il vestito di velluto tra le mani.
- Ne sei sicura?- disse il marito, e fu la stessa cosa che pensai io.
- Mi piace davvero - disse lei, - da morire -.

Gli zingari anziani degli accampamenti del sud Pakistan, una volta, mi raccontarono che i morti c’hanno dei segreti, delle inquietudini che si portano dietro nella tomba e che i vivi stentano a capire. Da bambino ti raccontavano ‘ste cose, ma non lo facevano mica per spaventarti, eh. Lo facevano più che altro per lasciarti comprendere quanto fosse intricato il disegno divino della creazione e come ogni cosa ne volesse dire un’altra. Mi vengono in mente queste cose mentre guido verso sud, con il vestito di velluto macchiato di grasso da meccanico piegato in una scatola, con il rumore dell’Ape Piaggio dentro alle orecchie e il vento caldo che entra dai finestrini aperti. Maškár lénde le rom rakaréna, par te nakén i rat ne stéto rodéna. (Tra di loro gli uomini parlano, alla ricerca di un luogo in cui trascorrere la notte.)

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