la monografia - n. 6   Abiti

l’incommensurabilità della penultima nota

di fuoridaidenti

I rintocchi della campana della torre lo sorpresero, vestito col suo più bel sorriso obliquo, mentre sfiorava il naso a una bambina ritratta in una foto in mezzo ai libri.
Fuori pioveva, lanciò un'occhiata allo sportello della stufa, tutto sembrava immerso in un silenzio d'ombra.
Lasciò indugiare ancora per un istante i polpastrelli lungo il bordo liscio della cornice, scrutando pensieroso il passe-partout in carta di riso.
"La bellezza" – mormorò, aggrottando le sopracciglia.
Già poco prima aveva tirato fuori dall’armadio l'abito che avrebbe indossato quella sera. L'aveva sistemato poi sul letto - con molta calma ed una certa affettazione - componendo una sorta di simulacro.
"Il mio guscio vacante", gli era scappato detto, chissà come.
Ci aveva abbinato una camicia in purissimo cotone makò e così pure una cravatta di seta, le scarpe e tutto quanto il resto.
S'era osservato alla fine nel grande specchio appeso alla parete e accarezzandosi il mento s’era chiesto se fosse il caso di radersi.
Poi aveva stabilito di no; tutto sommato quella barba di tre giorni dava un tocco informale al suo look altrimenti troppo austero.
C'è ancora un po’ di tempo prima di prepararsi”, s’era detto guardando l’orologio.
Allora s'era spostato nel soggiorno, aveva messo un CD, aveva acceso la stufa e infine s'era accomodato sul divano per godersi, accompagnandolo con due dita di brandy, il crepitare della prima fiamma.
Ma dopo un poco s’era alzato nuovamente, e col bicchiere in mano aveva preso a gironzolare per la casa.
Sicché quando i rintocchi della campana della torre si diffusero lì dentro, lui s’era fatto sorprendere così, vestito del suo più bel sorriso obliquo e col bicchiere in mano, vicino alla foto della bambina bruna in mezzo ai libri.
"La bellezza", rimuginò nuovamente.
Poi guardò l’orologio: era ora di prepararsi.

L’occhiata con cui si scrutò nello specchio dell’ingresso era sicura, addirittura sfrontata.
E sorrideva.
Il foulard di seta goffrata color malva faceva un giro completo intorno a quel suo collo bianco e sottile per poi finire annodato sul davanti a mo’ di cravatta.
Era, quella, l’unica nota di colore concessa all’altrimenti rigorosa mise da sera, un abito lungo ed attillato in puro shantung di seta nero.
Le scarpe, nere anch’esse e coi tacchi a spillo, brillavano lucidissime.
L’ala del genio, il turbine della passione, lei s’accostava all’arte con un approccio, come dire, razionale e intelligente; secondo alcuni, fin troppo trattenuto.
La musica, si sa, è un’amante di cui alla lunga si rischia di diventare il soccombente.

Quanti avrebbero fatto caso, quella sera, all’immensità racchiusa nella penultima nota che chiudeva le variazioni nel programma?
Un’appoggiatura, un fa diesis, un frammento sonoro apparentemente opinabile, superfluo.
Ma ometterla significava aver messo un punto definitivo ad una partitura altrimenti reiterabile all’infinito.
Geniale”, si ripeté caricandosi, prima di congedarsi, compiaciuta, dallo specchio.

Il riverbero dell’ultima nota non era stato del tutto inghiottito dal fondo della sala, quando l’applauso esplose improvviso.
Lei si riscosse da quel pozzo freddo e buio in cui ogni volta la concentrazione la sprofondava.
Sorrise, s’alzò in piedi, s’inchinò per raccogliere l’ovazione, accettò il fascio di fiori che le porsero, portandolo al seno.
L’anello che aveva al dito medio s’impigliò allora fra le trame del foulard.
Era un anello voluminoso, un intreccio molto complesso e intricato di fili d’oro ritorti bianchi e gialli.
Affogò in un sorriso tirato l’accenno a un moto di stizza e poi, dopo un ultimo inchino, s’allontanò guadagnando il camerino.
Quando più tardi riuscì a liberare il foulard, guardò pensosa la profonda stramatura e le fibre di seta rimaste impigliate fra gli intrecci dell’anello.
Le parve d’aver udito, ma non ne fu sicura, come un trapestio, un affrettarsi di passi.

Tornato a casa si diresse difilato alla stufa, le braci rosseggiavano ancora.
Gli bastò d’infilare un ciocco di legno e poi, richiuso lo sportello della caldaia, aumentare il tiraggio dell’aria.
Tornò alla foto della bambina in mezzo ai libri.
Il bicchiere, vuoto, era ancora lì.
Lo riempì nuovamente, accese una lampada, si slacciò il nodo alla cravatta.
Togliendo poi il soprabito bagnato vide brillare, nella tasca interna, il calcio lucido della rivoltella.
"La bellezza è un traboccare tormentato, qualcosa che l'anima non può contenere. Scivola via, e tu l'osservi inerme, ti lascia il senso del dolore del mondo. È una ferita la bellezza nuda, uno stigma nascosto, impresso ovunque: in uno strappo di fibre, in un anello, in una nota di troppo o una di meno”.
Gli parve di contenere, in quell’istante, l’immensità d’un fluire imperturbato.
Che fosse quello, in fondo, quanto di meglio serbare. Di sé. Di chiunque.

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