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tariffa mista chilometri/tempo. per le corse notturne è previsto un supplemento
di flounder
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La donna adesso si morde con apprensione l’interno della guancia destra, come quand’era bambina. Dice a se stessa che forse avrebbe dovuto annunciarsi, offrire un minimo di preavviso.
La verità è che ci ha provato.
Per tutta la giornata ha continuato a telefonare a quel numero. Inutilmente.
Ci ha riprovato in tarda serata. Inutilmente.
Poi ha deciso.
Adesso è qui, in questa città che conosce di sfuggita. In una stazione ordinata e pulita, in un’ora che è troppo tardi per essere notte e troppo presto per essere giorno. Non è più tanto sicura di aver fatto la cosa giusta.
Ha un abito troppo leggero per questa stagione. Lo sa, lo sapeva anche prima di indossarlo.
Ma è ciò che vestiva durante il loro ultimo incontro.
È salita sul treno portandolo su una gruccia, con la stessa cura materna che si prodigherebbe a un neonato. Lo ha agganciato ad uno degli occhielli in cui si fissano le corde che tengono ferme le cuccette, premurandosi in piena notte di controllare che le pieghe fossero a posto e che al tempo stesso abbia serbato nelle cuciture il segno del passaggio delle dita di lui, in quella zona che si svasa leggermente sui fianchi.
Un brivido di freddo. Ecco.
Si stringe istintivamente nelle spalle, tanto che l’uomo in fila alla fermata dei tassì le cede signorilmente il posto.
La donna sorride e abbassa lo sguardo. Questa gentilezza non fa che complicare le cose, imprime una fretta inopportuna a una giornata che reclama lentezza.
Il tassista la guarda e le chiede una direzione. La donna gli risponde: mi porti in giro, semplicemente. Ma il tassista non accenna a partire: sono cose che in questa città non accadono. Dev’esserci sotto qualcosa di strano, forse la donna è in fuga, forse alla fine della corsa non avrà i soldi per pagarlo. Veste come se provenisse da un’altra stagione del mondo, come rimasta impigliata a un angolo di un tempo che non riesce a svoltare. La invita a scendere, con fermezza.
La donna inventa una scusa. Gli dice che ha un appuntamento di lavoro in tarda mattinata. Gli mostra il contenuto della valigetta, gli abiti da viaggio che ha appallottolato assieme a un flacone di profumo, un pettine e poco altro. Che non conosce la città, che ne approfitta per fare un giro e visitarla. Come se intuisse la sua preoccupazione gli esibisce un documento, un biglietto da visita, una serie di banconote.
Il tassista si scusa e brontola qualcosa. La donna sa che quando un uomo brontola il gioco è fatto.
È un momento in cui non bisogna intervenire. Mai. Come quando sale il caffè.
Interrompere il gorgoglìo serve solo a rovinare il sapore. Ci vuole calma in certe cose, è una questione di dettagli.
Adesso la donna guarda distrattamente la città e continua a leggere il regolamento delle corse affisso sul retro del sedile, come se recitasse un mantra. Lo scandisce a labbra chiuse, lo canticchia in silenzio, ritmicamente. Di tanto in tanto appoggia la testa al finestrino e poi pulisce con la manica l’alone che resta. Se ne dà conto all’istante e si pente, come ad aver profanato un tempio. Si liscia il braccio e la stoffa, come per cancellare il gesto inopportuno.
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Nella sua testa c’è una precisa liturgia da celebrare, con intenzioni e paramenti d’amore. Indossa calze d’abbronzatura fasulla per suggerire il ricordo dell’estate: sessanta euro di melanina fuori stagione. Come quando si compra una primizia.
Prega tra sé che possa essere l’unico modo certo per riavvolgere il nastro del tempo.
Dopo un po’ il tassista rallenta in prossimità di una piazzola.
Non è affar suo, lo sa bene, ma questa faccenda non gli piace. Non è giusto fare questo a un uomo che lavora. Si è svegliato prima dell’alba questa mattina, si è rasato, è uscito mentre il vento sferzava il lungomare. Poi senza preavviso, davanti alla stazione, il destino ha mischiato le carte. Tutto questo non gli piace. È un uomo onesto, lui. Non gli importa che la donna lo paghi, non gliene importa nulla. Vuole solo sbarazzarsi di lei, questa faccenda non gli piace.
Ma a bruciapelo la donna gli chiede: possiamo fermarci per un caffè? Le pago il tempo che impiega, come se continuassimo la corsa.
Il tassista vorrebbe gridare no. Invece risponde sì e si stupisce del suono che viene fuori dalle sue labbra.
Lei gli fa cenno di accompagnarla e sedersi a un tavolino.
Adesso lui la osserva con calma, da vicino. È bella. Per un po’ gli fa dimenticare la stranezza di questa giornata. L’abito è nero e scopre di poco il ginocchio. Giro manica raglan e collo alla cinese. E sopra una camicia nera in seta trasparente con il polsino che si ferma a tre quarti di braccio. Niente gioielli né trucco. Solo un orologio maschile che sbircia in continuazione.
Comincia a credere a questa storia della riunione di lavoro. Qualcosa di importante, si direbbe, a giudicare da come muove le dita nella ricerca di una sigaretta. Da come prende e posa senza sosta il telefono in borsa.
Posso farle una domanda?, gli chiede la donna.
Lui annuisce.
Se all’improvviso lei ricevesse la visita di una persona che non vede da tanto tempo, una persona cara, beninteso, qualcuno che le è stato molto caro…
E arrossisce.
…ecco, se all’improvviso questo accadesse, le farebbe piacere?
Signora, le risponde il tassista. Con la vita che faccio, con i turni, non c’è tempo per le sorprese. E nemmeno le vorrei. Sì, forse sì, forse mi piacerebbe immaginarlo. Di più no. Non so, non so dirle, davvero.
La donna paga il conto del bar e risale nella vettura.
Mi riporti alla stazione, gli dice.
Il tassista la sbircia dallo specchietto retrovisore. Sta per dire qualcosa, ma il suo mestiere non è fare domande.
Questa stazione pulita e ordinata, in un’ora che adesso è decisamente giorno fatto.
Fa meno freddo, ma sulle gambe la pelle non mente. Adesso si sente come uno spicchio d’estate rinsecchito dall’inverno. Come un uccello migratore che ha smarrito la traiettoria di volo.
Il primo treno utile è alle undici e quarantasette.
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