la monografia - n. 6   Abiti

nei tuoi panni

di manuel calavera

la suoneria infrange a ritmo di samba l'involucro dell'ultimo sonno. allungo il corpo indolenzito. i pugni, languidi, stentano a stringersi. all'inatteso contatto della tua maglietta la mano destra si serra in uno spasmo. la coscienza della mia solitudine fluisce lenta dal cervello sino alla punta delle dita, che infine liberano la stoffa.
mi alzo, i piedi affondano nel piumone gettato a terra dalla notte inquieta. dischiudo gli occhi e indugio sulla lenta danza a spirale dei granelli di polvere, sospesi dalle strette lame di luce che penetra le gelosie.
l'acqua fresca tempra all'istante la pelle del volto, maschera gocciolante oltre lo specchio, e un sorriso vi apre una piccola crepa. il dorso della mano ne valuta la corta peluria: mi preferivi così, non ti piaceva il mio viso privo di contrasti messo a nudo dalla rasatura.
rovisto tra i piatti e le pentole nel lavello e riesumo la moka, che le mani preparano e mettono sul fuoco con gesti ciechi. osservo sul piano di marmo la corona di caffè, versato nel caricare il filtro. nel velo di polvere bruna si apre un disco perfetto. l'impronta chiara di un quadro non più appeso, così geometrica e nitida è la tua assenza. forma definita per sottrazione.
sorbisco il caffè bollente, elimino le ultime briciole di biscotto da un pacco ormai vuoto, scorro i canali della tv. mi soffermo sulla donna che legge i tarocchi. ho la tentazione di chiamare la trasmissione, di sfidare la chiromante a guardare le mie carte segnate.
apro l'armadio e indosso i pantaloni della tua tuta, cerco tra le lenzuola la tua maglietta rossa. il giorno in cui facemmo l'amore per la prima volta mi levai nudo dal letto, afferrai istintivamente i vestiti più vicini e ti presi un bicchiere d'acqua. scoppiasti a ridere nel vedermi strizzato nei tuoi abiti. scivolarvi dentro fu per me il suggello naturale della nostra intimità. sarò acqua nel cavo di una roccia. ignoravo che non sono gli amanti ma i vestiti ad adattarsi, e solo fino ad un certo punto. oltre, l'immagine dell'altro si strappa, come la cucitura su questa spalla. a malincuore volli restituirteli ma tu insistesti per lasciarmeli, guarda come li hai ridotti, sono sformati! hai ragione, non sei tu ad essere cambiata: gli abiti di cui ti vestivo erano troppo grandi.
mi ravvio i capelli allo specchio. afferro la cartellina con le tue lettere e le tue foto, la apro ancora una volta. c'è tutto, assurdo questo timore che le tue tracce possano svanire. chiudo la porta alle mie spalle, due giri di chiave. pronto.
la bicicletta è viscida, l'ombra vi ha mantenuto l'umidità della notte. mi avvio lentamente, pedalando incerto, quasi a fatica. la presenza delle auto, nel loro moto caotico e senza meta, mi ferisce: io ho gesti consapevoli e precisi, una strada chiara e diritta. mi dirigo verso l’alzaia, silenziosa e deserta. solo anatre, che nuotano pigre nella lenta corrente o riposano sull'argine, il becco affondato nell'ala. il sole è già alto e il sudore mi scorre lungo la schiena, mentre pedalo rapido e sciolto tra ferrovia e fiume, nella testa lo scricchiolio del ghiaino sotto le gomme.
la piccola stazione gialla emerge improvvisa oltre i salici della grande ansa. non abbiamo mai preso il treno qui, vi siamo passati solo per i bruscandoi che ancora ricoprono rigogliosi la barriera di cemento. le estremità dei rami più sottili sono spezzate e secche, segno del saccheggio primaverile.
la prima volta ti mostrai la sala d'attesa, una bomboniera allestita in occasione della visita del duce, accolto con grandi festeggiamenti, venuto a visitare le terre sottratte all'acqua.
ti appoggiasti al vetro con gesto da bambina, le mani sulle tempie per eliminare i riflessi, contemplando l'arredo déco. dietro di noi un colpo di tosse annunciò un vecchio, un ex-ferroviere che viveva nei dintorni. quando la stazione fu lasciata impresenziata, la società ferroviaria non si preoccupò di quanto conteneva e l’uomo duplicò i mazzi di chiavi, prima di restituirli. da allora teneva la sala perfettamente in ordine e pulita. mai vandali, sapete, troppo lontana dal paese e dal culo pigro di quei mascalzoni. solo pochi operai che lavorano ancora in città oppure qualche turista tedesco, convinto di trovare un autobus o un taxi e che si accampa finché qualcuno non ne ha pietà e gli da un passaggio. entrammo in punta di piedi, ascoltando gli aneddoti della nostra guida: doveva aver brindato all'unità d'italia con garibaldi. dita e sguardi sfioravano la stoffa delle poltrone, il vetro sabbiato delle lampade, il legno dei tavoli. e le tue buffe smorfie alle spalle del vecchio, dopo un allora sì che i treni arrivavano in orario.
vediamo se anche il mio treno è puntuale. incateno la bicicletta, m’avvicino alla banchina. sono quasi le 10, dovrebbe essere qui tra mezzora circa. controllo il quadro degli orari, scolorito e accartocciato dal sole. esatto, 10:23.
ma arriverà davvero? è domenica: le corse e il tempo si dilatano, i treni locali si trascinano, scorrono malvolentieri sui binari, scomodati per quattro gatti. e tu ci sarai? mi dispiace, non ti voglio evitare ma domani alle 12 ho un appuntamento in città... facciamo un'altra volta? come stai, bene? sono mesi che non ti sento. e bakunin? col cazzo che sto bene, avrei voluto risponderti, e bakunin è finito sotto una macchina. e invece, con voce incrinata, sì tutto bene sarà per un'altra volta, lasciando cadere la cornetta. tu sei su questo treno, punto.
e se fosse il treno sbagliato se i calcoli fossero errati se ti fossi presa la patente se avessi rimandato l'appuntamento? chi sarà poi lo stronzo... se mi avessi mentito per non ferirmi?
mi hai sottratto ogni forma, la riavrò per sottrazione.
questo è il treno, tu sei a bordo. ci incontreremo. ho i tuoi vestiti, mi riconoscerai subito, senza incertezze. ho le tue foto e le tue lettere, ti riconoscerai più tardi, incerta.
ora il sole scotta. mi disseto all'esile getto della fontanella.
un ronzio basso, più una vibrazione sulla pelle che un suono inspiro solo adesso odo il silenzio in cui galleggia questo luogo espiro un silenzio imperfetto, orlato dal frinire delle cicale inspiro è oscillante, pulsante con il cuore che sembra lievitarmi nel petto espiro la stessa emozione violenta dei nostri primi incontri inspiro il ronzio aumenta, vibra l'aria afosa che grava sulle rotaie espiro è il mio treno, ormai sei qui inspiro mi incammino lungo il marciapiede espiro il treno è vicino inspiro spezzo una punta di luppolo, la porto alla bocca, ne assaporo il gusto amarognolo espiro vorrei ricordare il sapore dei tuoi baci inspiro il treno è qui espiro ti amo non ho mai sme

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