la monografia - n. 6   Abiti

il giudice

di mario bianco

La signora Gregorat portava un poco di cibo a Ettorino ogni giorno alle ore 12, traversava il pianerottolo, origliava, suonava, quindi consegnava senza più consigliare ché non conveniva.
Il destinatario dei viveri, lungo e bruno, stecco deambulante, sempre fasciato dalla sua tuta blu lisa dai lavaggi, allungava le braccia, accoglieva, si inchinava e sussurrava una sorta di ringraziamento, a volte strizzava un occhio, quindi richiudeva con complice circospezione il battente. La Gregorat stava ancora un poco dietro la sua, di porta, ad ascoltare, poi scuoteva la testa e via, e via da quella faccenda; tornava alle sue cose.
Ettorino con cautela posava il piatto sul tavolo in formica azzurrina, lo annusava per sentire se sapeva di patate di fresco taglio, lo auscultava, vi posava accanto due posate e un bicchiere d'acqua, accostava la sedia, chinava il capo, pregava l'anima santa della signora sua madre e sorbiva la solita pasta e patate. Poi faceva tutta una sua seduta igienica, si lisciava la tuta, si annusava, rassettava l'impermeabile del povero zio Gigino, si muniva dell'ombrello e, afferrato dalla scrivania il Codice n°1, usciva in perlustrazione, onde studiare i nuovi casi. A volte nel corso dell'indagine si soffermava a conferire di leggi peregrine ed insufficienti, di casi insoluti con il signor Gianni Tina, ciabattino limitrofo, suo esperto consulente per quanto, forse, eccessivo nei giudizi.
Terminato il suo doveroso ed a volte lunghissimo cammino, si ritirava al proprio domicilio e precisamente nel monacale ufficio/stanza da letto, ammobiliato dal baule del povero Gigino, branda, coperta militare, austera sedia e scrivania essenziale in pioppo tinta noce con cassetti quattro sul lato destro (come da inventario prescritto), illuminato il tutto da lampadina da candele 25; qui formulava i casi e li stendeva sul Codice n°2.
"Ai giudici si addicono serietà di costumi, austerità e sobrietà di forme" - come diceva il nonno Ettore, già pretore, così seguiva i severi dettami il nipote e seguace detto Ettorino.
Dopo un breve ma dovuto riposo ed una parchissima cena composta da scodella di tè, pagnotta e resto di cotognata della zia Erminia, si dedicava ad un'abluzione completa nel suo camerino da bagno che tuttavia vasca non aveva, né necessitava a chi usa costumi spartani.
Tutto ciò in preparazione dell'udienza.
Rasciugatosi a dovere il signor Ettorino recavasi in ufficio, quindi estraeva dal baule il bell'abito curiale in saglia nera del nonno, la camicia bianca, il cravattino e, indossati quei panni, diveniva e si erigeva altero nelle sembianze del dottor Ettore De Magistris, presidente di corte d'Assise.
Si assideva quindi al seggio spettantegli e conferiva con il giudice a latere dottor Sperandio il quale spesso era in ritardo e ciò lo irritava moltissimo.
Formulato il caso dell'udienza in corso, il dottor De Magistris soleva interrogare i funzionari di polizia, il sostituto procuratore quindi l'imputato. Nel caso presente si trattava di violenza, offese, resistenza a pubblico ufficiale nella persona stessa dell'appuntato C.C. Leccisi Giorlando, apportate da tale Mahmud Ben Kassem, a suo dire rifugiato politico, ma di fatto, secondo le testimonianze del sig. Tina Giovanni, spacciatore di droghe pesanti. Durante l'udienza l'imputato nordafricano teneva contegno sconveniente al luogo di giustizia dando prova di condotta sconcia e perversa per cui il dottor De Magistris si vedeva costretto ad redarguirlo severamente ed a farlo ammanettare. Ma durante il prosieguo dell'interrogatorio, nonostante le ammonizioni pure del giudice a latere, il Ben Kassem sputava sul sunnominato appuntato Leccisi, quindi, preso come da crisi isteroide, sfuggendo alle braccia della forza pubblica, quale forsennato dirigevasi verso gli scranni della Corte per cui i giudici stessi venivano coinvolti in una rissa violenta.
L'esimio dottor De Magistris medesimo riportava vasta ferita lacero-contusa alla fronte.
Udendo di nuovo, aldilà delle pareti, un terribile trambusto e fracasso di mobilia caduta, la signora Gregorat si levava angosciata dal letto alle ore due della notte, si portava le mani al capo, lacrimava e mormorava: "L'ha fatto di nuovo, di nuovo, ossignùr, sempre…ah…se ci fosse ancora quella povera donna di sua madre, ah, poverina, anzi, meno male che se n'è andata, che è partita per l'aldilà!"
La dirimpettaia Gregorat, aperto con le proprie chiavi l'angusto alloggio di fronte, trovava Ettorino riverso a terra come privo di sensi, quindi ritornava di corsa al proprio domicilio e, alzata la cornetta telefonica, con voce mestissima comunicava col 118 e diceva che ancora una volta avrebbero dovuto venire a pescare e poi ricoverare nel repartino psichiatrico un certo Ettore De Magistris, di anni 49, di nuovo in preda a crisi epilettica e non solo.

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