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effrazioni
di caracaterina |
Femme Maison
Inseparabile da una donna la sua casa. Corpo, prigione, dominio, tutto insieme, come nei disegni che Louise Bourgeois, oggi novantaquattrenne, che il mondo se la conservi, cominciò a fare a New York, mentre il pianeta era in guerra, la seconda delle guerre totali del secolo scorso, e lei aveva tre figli, un marito e nessun posto dove scolpire in marmo, in legno, in stoffa o in metallo. In America volle andar, la francesina di ventitre anni, lontana dalla casa paterna, dalle donne parenti e dalle loro ombre, e dalle donne avventizie e dalle loro pretese, tutte quante armate di aghi e rocchetti per riparare tappeti e tappezzerie da salotti, come facevano da generazioni.
Si era lasciata alla spalle, la Louise, i surrealisti europei ed era già negli States quando a Parigi, nel '38, mentre a Monaco si preparava il terrore lungo sei anni, costoro misero insieme 229 opere per l'Esposizione Internazionale del Surrealismo: corpi di donna messi in opera da maschi, come l'androide di Metropolis di una dozzina d'anni prima, tutti corpi sinuosi e ideali che avevano voliere di uccelli al posto della testa, e a volte, anche del busto.
E allora Louise prese carta ed inchiostri di china, quasi tutti neri, e disegnò anche lei il suo corpo di donna, per tutti gli anni di guerra e un poco anche per dopo: le gambe, due stecchi, talvolta, e talvolta due gonfie mortadelle, il sesso, triangolo e buco e ostentazione di rabbia, il culo di profilo, talvolta, e talvolta nascosto e invisibile sul retro del foglio, i seni, che appaiono e scompaiono a seconda degli anni e degli allattamenti e degli allettamenti. Ma non sempre le mammelle si vedono, non in tutti i disegni della serie chiamata Femme Maison, perchè al posto loro, alle volte, e, sempre, al posto delle spalle, del collo, delle braccia e della testa, grava, immane, una casa. Edificio di scale, finestre, porte, tetti e camini, ornato e claustrofobico, regale e carcerario, domestico e ostile.
Che i disegni siano "belli", estetizzanti, consolatori, no, non si può proprio dire. Urlati e imperfetti, sì. Grevi e anoressici, pure. Violenti e fragili, anche. Nessun Magritte, nessun Delvaux può preferire una Femme così architettata ad una gabbia compiaciuta di desideri e di voli.
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E Louise Bourgeois non è fatta per compiacere ma per segnare, perimetrare e mettere nel mondo la forma di un corpo che non può essere altro che il mondo in cui si trova, in uno spazio e in un tempo. Aveva già più di settant'anni quando il MoMa si decise a consacrarla, prima artista di sesso femminile a cui il museo ha dedicato una retrospettiva. E ancora negli anni Ottanta del XX secolo Louise Bourgeois ritorna alla sua Femme Maison. Ma stavolta è marmo nero e il corpo è un piedistallo di dita, solo dita, o forse alghe tubolari, o forse falli femminili: una selva, oscura e fitta, compatta e impenetrabile, un corpo ben solido, e forte delle sue scanalature e delle superfici curve al sommo, leggermente piegate ma sostenute, determinate a reggere una casetta infantile, divenuta piccola e accattivante eppure ancora tutta quanta edificio solenne, a più piani e dalla grande superficie di tetti. Ma non si creda che per gli occhi, le mani e l'architettura della memoria di Louise Bourgeois la casa corpo femminile si sia conciliata col mondo e abbia davvero trovato la propria misura e la fine della storia. Perché nel 2001, uno degli ultimi anni horribili, Femme Maison è materia di pezza, stoffa cucita di bambola bianca e spugnosa, gonfia del gonfiore di un impressionante tronco di corpo, senza gambe e senza braccia ma con la testa tonda e inconoscibile, adagiato supino su una lastra di vetro sorretta, contenuta e imprigionata da un'incastellatura parallelepipeda di metallo. Dalla pancia, curva e materna, sotto le tette, turgide e gravide, viene emessa – non è appoggiata, non è staccata – una piccola casa, tumorale e inspiegabilmente speranzosa.
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