Cose dall'altro mondo

lingua e diversità

di daniel massei
(argentina)

I

Ricordo la prima volta che misi piede in Italia, i primi momenti, il primo sguardo. Ricordo tutto, è una maledizione. Una maledizione perché sono stato invitato a scrivere in un sito italiano dove ci si aspetta che io racconti qualcosa della mia terra, l’Argentina. So molto bene che questo è uno spazio in cui i lettori sono abituati a trovare racconti su paesi lontani: ecco perché sarà almeno mezz’ora che me ne sto seduto davanti al computer, tamburellando con le dita sulla tastiera e penso, penso a cosa potrei raccontare del mio paese a tutti quelli che di lui non sanno niente e si chiedono perché dovrebbe essere altrimenti. È un paese davvero lontano, l’Argentina, e nemmeno poi tanto esotico, meno certamente del Brasile, ad esempio.
La mia memoria, capricciosa, va e torna con qualche scusa a quel viaggio in treno, a una città chiamata Ventimiglia e a quell’istante esatto in cui capii per la prima volta di essere davvero arrivato in Italia. Questo nome eterno, Italia.

Fu questione di un istante, come ho già detto. Il treno era ormai giunto a destinazione, e rallentando la sua marcia stava per fermarsi in stazione; nello stesso momento, un poliziotto si avvicinò chiedendo il passaporto a quelli che avrebbero proseguito il viaggio; tre uomini, al di là del finestrino, stavano gettando sacchi di immondizia su un furgone. Uno di loro mi assomigliava: indossava un fazzoletto dai colori chiassosi a coprirgli la testa, quasi certamente calva, a mo’ di bandana, e un naso grande, curioso. Pensai subito che dovesse essere straniero.
I treni internazionali sono sempre strani, sempre. Fino a un minuto prima tutti parlavano francese; poi si attraversa un confine, una linea arbitrariamente disegnata su una cartina, e all’improvviso tutto comincia a suonare in italiano.
Un rappresentante dello stato si avvicina recitando le sue rappresentative parole in lingua italiana. Gli altri, quelli che trasportano le immondizie, scherzano tra loro. Anch’essi in italiano. Ridono, festeggiano, celebrano qualcosa, e sempre in italiano.


Fu esattamente in quel momento che capii di essere arrivato in Italia. O meglio, scoprii allora che in questo paese chiamato Italia tutti parlano in italiano.

Fino a quel preciso istante non avrei potuto dire di saperlo, non ci avevo mai pensato. Conoscevo la lingua, sì, ma era diverso, lo consideravo un idioma marginale, minoritario; una lingua intima, familiare, se vogliamo.
Io sono figlio unico e argentino di genitori italiani. Tutta la mia famiglia per statuto generazionale si divide tra grandi italiani e piccoli argentini. I miei zii, i miei nonni: tutti italiani.

Che cosa aveva rappresentato fino a quel momento l’idioma italico per me? Era la lingua di mia nonna. Un suono. Ma, attenzione, non sto parlando dell’italiano che si ascolta in televisione. L’italiano che conoscevo io era una lingua estranea che non possedeva una scrittura possibile, era poco più di una voce che intona una canzone sconosciuta, includendovi parole dell’italiano ufficiale – il vero italiano, così lo chiamava mia nonna – e altre che esistevano solo dov’era nata lei, nel suo rimpianto paese natio.

A volte, ascoltando mia nonna parlare con una vicina siciliana, capivo che si intendevano perfettamente tra di loro, pur parlando due lingue che si assomigliavano poco. Eppure il miracolo avveniva e, proprio perché avveniva, alla fine si capivano. Con i calabresi e i genovesi e i napoletani, lei si capiva con tutti. La mia nonna abruzzese, con la sua scarsa istruzione e le sue molte guerre alle spalle, aveva imparato a comprendere le mille lingue dei suoi compatrioti e addirittura ad adattarle allo spagnolo. Senza saperlo, per necessità, era diventata una poliglotta, perché era riuscita a cogliere che la cosa più importante di una lingua, la sua vera essenza, è il servire a comprendere l’altro. Molto semplicemente: a comprenderci gli uni con gli altri.

(continua)

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