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tu di dove sei
di vittore pecchini (australia) |
“Tu di dove sei?” è la domanda che ci si rivolge quando si conosce qualcuno in Western Australia. E la differenza sta tutta in quel “tu”, a cui segue, naturalmente, un altro pronome: “io”. “Io invece sono cinese, giapponese, italiano, timorense, greco, irlandese, inglese...”
Se qualcuno chiedesse solo “Di dove sei?”, vorrebbe forse dire: “Io sono di qui, questa è casa mia. Tu sei un viaggiatore, un vagabondo, un immigrato.” E marcherebbe una differenza. “Benvenuto a casa mia, se mi va.”
Ma qui tutti hanno un’altra casa, e tutti sono di qui, ma non abbastanza da sentirsi di avere davvero più diritti su questa terra di quelli che hai tu, anche se parli Inglese con accento emiliano e se ti ingarbugli con le parole.
Qualcuno è nato qui, naturalmente. Anzi, molti. Ma pochi sono quelli la cui famiglia non è venuta qui con un lungo viaggio in nave e che a casa non parlano chissà quale lingua europea o asiatica. Pochissimi quelli per cui l’avventura dell’immigrazione è più antica della generazione dei nonni: ed è una minuscola aristocrazia discendente dai misteriosi avventurieri della corsa all’oro, dai banditi deportati, dai loro aguzzini, da marinai incagliatisi su questa costa bellissima di rocce e di corallo in uno dei tanti naufragi che hanno terminato nelle lacrime le grandi traversate oceaniche delle navi a vela. All’inizio della storia... nell’Ottocento.
Una minuscola aristocrazia senza boria. A volte un po’ orgogliosa, certo, ma a volte anche un po’ scontenta di non avere in tasca un altro passaporto, come tutti.
Magari un passaporto dell’Unione Europea, per vivere senza problemi il gran tour del vecchio continente che ogni Australiano vuole fare subito dopo la laurea.
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Il Western Australia è un Paese accogliente, in cui è facile sentirsi a posto. È libero. Ed è un Paese in cui tra le tante differenze di pelle, di vestiti, di modi di cucinare la pasta su cui nessuno obietta (a parte qualche italiano tradizionalista che non vuole vederla nello stesso piatto con l’insalata) ci si sente tutti uguali. Forse sono capitato nel Paese più egualitario del mondo.
E nel più relativista. In questa celebrazione della libertà e della differenza, sembra che le cose che contano davvero non contino mica poi più tanto. Le certezze del nostro primo Paese si trasformano in incertezze, perché qui quasi nessuno ci crede. Così si ricomincia a pensare, che è una cosa buona. Ma si comincia zappando le radici di quello che siamo stati fino a ieri, che forse è una cosa buona, forse no, ma sicuramente è un prezzo caro da pagare.
Resta un minimo comune denominatore di regole e di obiettivi. Qualcosa che c’è dietro ai Cinesi come agli Italiani che sono venuti fin quaggiù. Un che di cowboyesco. Il bisogno di aria aperta. Un sorriso ottimista e quasi vuoto di filosofie dubbiose. La determinazione di costruire, chissà che cosa.
Questa è l’Australia in cui sono capitato. Quella del Far West su cui i piedidolci dell’Est – con la sicurezza di sé di Sidney, con le pretese di Europa di Melbourne - guardano dall’alto in basso, alzando un po’ le sopracciglia.
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