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la metropolitana di parigi
di boinz (francia) |
Come tutti quelli che non si accontentano della superficie ma cercano lo spirito delle cose, io di Parigi amo soprattutto la metropolitana, un mondo parallelo e sotterraneo, il “dietro le quinte” dei monumenti e i lunghi viali di negozi e boutique, torbido e affascinante.
Amo i lunghi corridoi di piastrelle bianche, dall’inconfondibile odore di gomma sporca, disinfettanti chimici, freni in ferodo e sudore.
Amo le sue stazioni tutte uguali e tutte diverse, quelle kitsch come “Arts et Métiers” dalla forma di sottomarino, quelle delle zone multietniche con i negozi sotterranei di oggetti strani, e quelle spoglie di periferia, tappezzate di pannelli pubblicitari enormi sopra improbabili mosaici anni ‘70. Amo i treni tutti diversi e tutti uguali, colorati e obsoleti, autentici oggetti di modernariato ancora in servizio attivo.
Amo attraversare il cuore della ville lumière sulla linea 1 e sentire la voce sensuale dell’annuncio pronunciare i celebratissimi nomi delle stazioni, dagli Champs Elysées alla Bastille, passando per il Louvre e Rue de Rivoli, mio antico sogno di turista. E amo la linea 6 con le sue stazioni liberty rivestite in ceramica blu e bianca, quando sbuca all’aperto per attraversare la Senna proprio sotto la Tour Eiffel, spettacolo che ogni volta mi toglie il fiato, e il tratto che passa tra eleganti palazzi ottocenteschi e casermoni moderni con le biciclette sui balconi e i letti disfatti dietro le tende scostate.
Soprattutto però mi piace guardare le persone che vivono la metropolitana e che ogni giorno la attraversano con passo nervoso e destinazioni diversissime. Mi piace guardarle e mi piace pensare che se per conoscere Parigi bisogna percorrere a piedi tutte le sue arterie, per conoscere i parigini bisogna passare una giornata sui vagoni della metropolitana, perché le sue linee sotterranee ne sono sistema nervoso. È incredibile la ricchezza umana che ogni giorno si riversa giù per le sue scale mobili: dal manager rampante, al vecchio clochard, al giovane rapper che scrive, corregge e ripete le sue rime suburbane dalla metrica violenta; alla violoncellista dalle lunghe dita segate in punta che abbraccia assorta il suo strumento; dal personaggio televisivo, al “sans papier”, al turista giapponese, all’insegnante di lettere che corregge i temi scuotendo la testa disperata; e poi i giovani delle banlieue e gli anziani che vanno a teatro, il gruppo di amici con le pizze da asporto e i ragazzi di tendenza, abbigliati nelle maniere più strane, i turisti romani caciaroni e le famiglie inglesi.
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E poi ovviamente quelli che dalla metropolitana ci ricavano di che vivere: prima di tutto i dipendenti RATP, l’azienda dei trasporti parigina, in generale piuttosto sgarbati e i gruppi di poliziotti dallo sguardo nervoso. E la massa enorme di quelli che vivono di elemosina: ci sono i francesi, che si presentano tutti nella stessa maniera ripetendo tutti la stessa identica litania che ripercorre parola per parola le stesse tappe di una stessa vita sfortunata per poi chiudere inevitabilmente con la frase : “passerò mostrandovi la mano: potrete ignorarla, potrete stringerla, potrete farci scivolare una moneta, un biglietto o un ticket restaurant”.
E poi ci sono gli immigrati che cercano di offrire qualcosa di più: dai calendari agli oggetti di scarso pregio oppure imbracciando una chitarra che sanno a malapena accordare: una volta ho dato un euro a uno di questi improvvisati chansonnier quando ho capito che la nenia che continuava a stonare da cinque minuti era “Notti magiche”, la colonna sonora dei mondiali di calcio di Italia ‘90. E poi ci sono quelli che sanno suonare bene e si presentano sui vagoni con tanto di impianto d’amplificazione e base preregistrata fino agli autentici artisti di strada, organizzati e professionali: russi in divisa da cosacco, percussionisti africani con i vestiti etnici, finti indios che suonano al flauto di Pan “Tornerai tornerò” dei Santo California, trii jazz e quartetti d’archi, tutti col loro bel CD autoprodotto in vendita a 18 euro. Quella però che mi ha colpito di più è stata una ragazza che ho sentito una volta alla stazione Denfert Rocherau, forse la più grande di Parigi, cantare le canzoni di Tracy Chapman, Carol King e Joni Mitchell con una voce d’angelo, accompagnandosi con la chitarra che suonava elegantemente bene. Beh, quasi nessuno se la filava perché irrimediabilmente brutta. E purtroppo anche questa è Parigi.
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