Cose dall'altro mondo

andamento lento
(ovvero: l’insostenibile leggerezza del tempo siriano)

di marco dominici
(siria)

In Siria, anche un cosiddetto fast food non riesce a essere veloce, e bisogna attendere circa dieci minuti per avere un panino, per altro molto più buono che in un normale Mc Donald’s (che qui non esiste, essendo americani).
In Siria si impara ad aspettare: l’attesa, qui, non è solo un semplice intervallo di tempo tra una cosa da fare e un’altra, è una vera e propria dimensione esistenziale.
Tutto è fondato sull’attesa, qui: lo stesso deserto che circonda Damasco sembra stato modellato da un’attesa millenaria, col vento a levigare le rocce ad una ad una, a raccogliere pietre e poi disperderle, il sole che distende tutto in un’abbacinante prospettiva senza inizio né fine. Ecco, se si dovesse cercare un’immagine concreta dell’attesa, la si potrebbe trovare qui, tra queste dune scabre di terra color ocra che a volte si innalzano in cuspidi rocciose.
Qui, tutto è attesa anche nei gesti delle persone, nel loro modo di vivere, di camminare, di parlare. Chiedi una cosa, e non sempre ti rispondono subito. Aspettano. Ti guardano. Se chiedi un’informazione, alzano il braccio in un gesto lento per indicarti la strada giusta, che poi non è mai una; se chiedi ad un altro passante, te ne indicherà sicuramente un’altra. A volte hanno ragione tutti e due, a volte ambedue le strade non portano al luogo che cercavi, ma hai fatto un bel giro, in compenso. Non avrai mica fretta…
Qui, nessuno ha fretta. E pochi hanno l’orologio. La domanda più frequente che mi viene fatta è “che ore sono?”, dal momento che, in quanto portatore sano di orologio, vengo subito visto come uno dei pochi depositari del senso cronologico, che qui del resto è scandito dai richiami dei muezzin alla preghiera, da rituali millenari che nessuno pensa di scalfire in alcun modo, dai tè sorbiti lentamente alle soglie dei negozi da commercianti in perenne attesa o nei caffè dove il suono dei piccoli bicchieri ricolmi di tè si alterna a quello dei dadi lanciati sulla plancia di legno del backgammon, qui vero sport nazionale, chiamato semplicemente taule (tavola). Le pigre volute di fumo dei narghilè fanno il resto, e l’attesa si concretizza ancora una volta, ma in un aspetto diverso, più quotidiano, minimalista, direi, sicuramente meno magniloquente dei silenzi ventosi e smisurati del deserto siriano.
Qui il tempo non avanza: oscilla, procede a passi lenti, a volte ritorna indietro. Non è sempre una bella cosa, forse. Ma è così. È un tempo tutto loro, in cui bisogna entrare completamente per capirlo, non dico apprezzarlo, ma almeno penetrare nel suo ritmo che a sua volta entra nei nostri gesti e li plasma e li modella a suo piacimento.
Qui un occidentale perde a poco a poco i suoi gesti bruschi, i suoi sguardi verticali, e la sua fitta rete di orari, appuntamenti, scadenze, giorno dopo giorno si sgretola, diluita in un più quieto susseguirsi di momenti lenti, pause dilatate, necessità che da impellenti si fanno accessorie, senza un perché preciso, quasi trasfigurate da questo continuo senso dell’attesa che permea ogni cosa, dove niente è indispensabile se non vivere, o almeno sopravvivere. E aspettare.
Qui l’attesa è una lama che leviga il tempo, lo definisce a suo modo e lo rende diverso da ogni altro tempo che abbiamo conosciuto altrove: “Se hai fretta, siediti e bevi un tè”, dice un adagio arabo in cui è sintetizzato tutto ciò che ho detto finora. Bere un tè, sorbire il lento caffè al cardamomo, fumare il narghilè, sono tutte azioni che vogliono il loro tempo, e non sai mai quale sarà, una partita a taule può durare dieci minuti come mezz’ora, ma del resto non ha importanza, in quanto l’orologio non segna alcuna ora, i minuti sono cristallizzati in momenti più o meno distanti, rimandati a mai più, o lasciati alle spalle come ere perdute che non ha senso rimpiangere.
Dalla concezione del tempo di una popolazione si possono capire molte cose su di essa. Qui, si capisce che la modernità avrà la vita dura (il che non è necessariamente un male), e che cambiare le cose, anche quelle più urgenti, non è facile, né tanto meno sarà una cosa immediata. Bisogna aspettare. La democrazia, i diritti umani, la condizione femminile, le tradizioni di una società di tipo ancora fortemente tribale (legata cioè al concetto di tribù, famiglia allargata a molti membri tutti legati strettamente tra loro), sono tutte cose che anche i siriani vorrebbero cambiare, prima o poi. Ma qui, “prima o poi” ha una valenza del tutto diversa che da noi. Non è così facile spiegarlo. Né capirlo. Ma quando sei qui ti accorgi che hanno ragione loro, o almeno non del tutto torto. Ed è inutile intervenire con il nostro concetto di tempo, del tutto diverso dal loro. Parliamo due lingue diverse, in tutti i sensi. Il linguaggio non è fatto solo di parole, si sa. E sapere l’arabo, in questo senso, non serve a capire del tutto ciò che accade qui. Bisogna conoscere anche il linguaggio dell’attesa, e saperlo interpretare. Senza fretta.

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