|
Fuori Logo (parole che accadono altrove) ospite: tabula rasa
omar al prestito
(ovvero: il flusso dell'obiezione attraverso l'intermittenza di coscienza)
di lelio semeraro |
Omar è tornato. Controvoglia ma è tornato. Chiusa la parentesi ai cinque mesi parigini. Addio Barbés, promenade sul lungosenna e matinée al Quartiere Latino. Una lettera da tre righe l'ha messo su un treno, riportato in Università e poi smistato al prestito bibliotecario di Sociologia. Il servizio civile, va fatto. Non c'è scelta. Poi cambierà. Lì viveva un lieto esilio, mentre ora è manovale e impiegato presso lo stesso ente che per più di un lustro ha ingolfato di teorie la sua mente.
*
Il capo si chiama Marco, si atteggia a manager ma è basso, ogni tanto parte per abbronzarsi in Sardegna, sorriso da io-me-le-guadagno-le-cose e una stretta maglietta da polo ficcata nei pantaloni. E' Marco che gli ha spiegato con velocissima parlantina il funzionamento del prestito, una tecnologia da dopoguerra, scartoffie e raccoglitori, moduli da far compilare, fotocopie da consegnare e telefonate d'indagine ché i libri dispersi sono da recuperare. Il lavoro di Marco nessuno lo sa, anche la sua vita sembra in prestito, sparisce, ritorna, passa ore e ore al telefono, poi controlla calendari, orari e persone. Ogni tanto Omar è chiamato ad entrare in un ampio ufficio per essere ammonito su mancanze, ritardi e inadempienze.
*
L'entusiasmo per il nuovo lavoro si è presto incrinato per il contatto ripetuto e minaccioso della routine, simboleggiata da due oggetti piccoli e imponenti: il cartellino del prestito e la sveglia puntata alle sette e mezza. Omar reagisce a suo modo, accendendo uno dei due emisferi, e realizzando la figura di un forzuto uccellino, una specie di fumetto, un passerotto o meglio: un cardellino, che prende a beccate la sveglia, la rompe per sempre e si tramuta in un eroe contrario non solo a obblighi e orologi, ma anche a ruoli e funzioni, impegnato strenuamente in un’impari lotta contro regolamenti, pagine amministrative da fare a coriandoli, atti complicati e criptici, armi di non-so-quale-crazia.
*
Omar giudica frettolosamente. Dal suo posto dietro il vetro, da una muffa di pregiudizi formati su un piano di sentenze disastrose. Ignoranza dei giovani, viziata strafottenza, disamore per i libri. Omar ripensa a quando un tipo dalla camicia a righe voleva in prestito un testo e per sapere se era in biblioteca disse, serio e sicuro: È un libro dalla copertina rossa. Omar calcolò che solo tra i suoi scaffali riposavano più di mille volumi di quel colore. Però non si arrabbiò, e ribatté: non può essere più preciso? Che tipo di rosso esattamente?
*
Grigi i neon, grigie le pareti, grigi gli scaffali. Alcune cose sono trovate sotto il bancone: il gameboy, carte da gioco, un biliardo in miniatura: eredità dell'obiettore di prima, sintomi di un tempo inerte, da consumare. I primi giorni di lavoro Omar ha diviso il tempo con il suo predecessore. Si fa chiamare "il bracco", ha il pizzetto fulvo e anima burlesca, malleabile, di plastilina. Marco, dal suo ruolo burocrate, ne ha sempre parlato bene pur ignorando la sensibilità di quell'essere colorato e socievole, fedele al lavoro sì, ma perché gli fornisce la materia prima del suo grande gioco. Fingere di starci e così sbeffeggiare il serio compito. Mimetizzarsi per apparire più presenti. Omar è al contrario rigido, nevrotico e pignolo. Si attacca ai dettagli. Le frasi da ripetere lo stanno distruggendo, sempre uguali, automatiche, inevitabilmente fredde e artificiose. La biblioteca è aperta dalle nove alle cinque. I libri si danno massimo per una settimana rinnovabile anche per telefono.
*
E' annoiato, gli sembra che il prestito abbia bisogno di qualcosa. Far passare libri uno dopo l'altro, e consegnare fotocopie, ad un nome dalla calligrafia incerta è simpatico movimento ma. cosa manca? Basta attraversare la strada per capire. L'accortezza nel metter mano al portafogli, il conto delle entrate, il frenetico passaggio di soldi, i cambi delle monete, il resto, possibili ruberie e il ping-pong della contrattazione. Qui non c'è l'ebbrezza dei soldi, il brivido dello scambio, la vertigine della perdita, la concreta solidità della cassa. Il culto del numero, e quei piccoli azzardi quotidiani offerti da quel magnifico ponte che è il denaro.
*
Forse è per questo che qui si è naturalmente predisposti al rapporto affettivo, fraterno, al favore disinteressato. E infatti si scorgono rare occhiate di gratitudine negli occhi di studentesse, perse e confuse da manuali e riviste, alle quali Omar dedica un'accorta consulenza; per spirito di intorto, direbbero maliziose le colleghe. Invece no, il più delle volte è spontaneo impulso a rendersi utile, adoperare al meglio il senso di quel termine "civile" posto accanto a servizio. Un aggettivo che fa sentire Omar quel tanto di cittadino in più, parola che lo coglie impreparato.
Faccia il cittadino, non faccia il buffone! ripete tra sé e sé, sbobinando dalla memoria la battuta di un film.
E inoltre, se il servizio è civile, allora quello militare - sorride Omar - per forza di cose è incivile.
*
Ogni tanto il suo sguardo nota strani accumuli di sporcizia in certi angoli ombrosi. Omar non è un fanatico della pulizia, ma non si convince.
|
E' mediocremente pulito, si vede che c'è qualcuno che qui ci passa la pezza ma è un lavoro indolente, fatto con i piedi, lascia ampi spazi di sporco in zone trascurate, considerate non essenziali.
*
Nel frattempo (a proposito di natura) è arrivata Erika: la nuova collega part-time. Allegra e solare, sguardo pieno, dalle ciglia incurvate, profondo, infantile; la frangetta cade bene sulla fronte alta, gli zigomi vivaci, il naso da mordere. Si appoggia al bancone. Omar cerca di fare l'indifferente, eppure sente la sensualità di quello strano ingrediente atmosferico. Due esseri carini e della stessa età forzati a stare vicini, attrazioni ambigue, ring di piccoli gesti, dialogo rituale, passaggio tra essenze. Potrebbe prendere iniziative e apparirle come l'uomo-dei-sogni. La conoscenza è a buon punto, basterebbe qualche bugia in più e sapergliela raccontare.
Lascia perdere: è lavoro pure quello.
*
La fortuna di una biblioteca è di essere una placida struttura con poche contraddizioni e dall'illegalità contenuta. I libri spariscono, marciscono nelle case o passano di mano in mano senza tornare. Però non si parla di furto, ma prestito lungo, infinito, senza restituzione. Il bibliotecario è custode di conoscenza e indagine ma anche saggezza e ozio contemplativo. Assiste al combattimento tra studenti e il fantasma dell'autore, morto o quasi; sfida tra il compiaciuto, resistente, irriducibile intuito privato e l'ordine esterno di dense e tese pagine dove si sedimentano i fallimenti della ricerca accademica nel trovare il modo di fondare gli accordi, i patti, i protocolli comuni di una società paranoica e in crisi perpetua.
*
Questo posto non gli si addice. Sanno tutti che è sfruttato.
Ma è la regola e lo sfruttamento è insito nell'idea di crescita. [.]
*
Ore 10, siamo a luglio, la calma è strapiatta. Non c'è nessuno. Gli ritorna quella sensazione strana di attraversare sempre spazi di puro transito. Sarà per lo statuto speciale d'obiettore: risorsa umana conveniente e mal adoperata. E poi lui sarà l'ultimo. In effetti non può esserci, sul serio. Si arrende, lascia l'ombra, porta una birra, accende una radiolina. Ne fa un bar. Si isola nei pensieri. Molla tutto. Esce nell'atrio. Il cortile, circondato da colonne è l'agorà. Finalmente ha capito cos'è. La storia è ora.
Trova uno che gli spiega la faccenda dell'open source. Lui ascolta. Nella sala studio si tiene il silenzio, fuori le parole si scatenano, è spazio libero e, per qualcuno, anche partecipazione. Omar è gradevole e sorridente con gli sconosciuti, immagina di essere nel suo Quartier generale. Sede di relazioni politicamente corrette. Centro di smistamento verbale di un potenziale poeta. Futuro di grazia e disgrazia. Un modo sottile per nascondere ad occhi indiscreti il codice d'accesso ad una cara solitudine.
Piove: plin plin. Due gocce all'inizio. Anche il diluvio cominciò così.
*
Nella carriera accademica, Omar ha sempre fatto stranezze a colloquio con i professori. Di solito baroni e studenti sono complici nel raggiungere l'obiettivo: esami da superare. E invece lui li indispettiva nell'ostinata esplorazione dei limiti del linguaggio. Specialmente all'orale offriva un pacchetto non richiesto di senso e non-senso. Forse una specie di protesta oppure una contro-interrogazione sugli scopi delle domande. Quello che è certo sono i punti in meno. Energie dissipate e controproducenti. Un po' come quando nel gioco dell'oca il dado ti porta oltre e sei costretto a tornare indietro.
*
Tra quanto tempo completeremmo tutte le combinazioni linguistiche?
Ci vogliono anni e anni per diventare come Hemingway. Da noi manca l'azione, e poi ci vuole attenzione per descrivere luoghi, e nuovi luoghi per ricevere attenzione.
Maledetta Africa, la spiaggia di Cuba, la Polinesia, la pazienza di camminarci verso.
*
Poi una mattina, improvvisamente, dopo cinque mesi di lavoro, arriva la lettera dal ministero. La riforma. Cambio di vita. Omar è libero. Di nuovo disoccupato. Ma libero. Di punto in bianco. Addio sveglia, addio biblioteca, addio polvere, addio licenza e maledetta intermittenza.
In un mondo con meno polveri Omar avrebbe pure la macchina e si distinguerebbe dai suoi simili per una calma accettazione del traffico, blocchi e ingorghi.
Non sa cosa gli aspetta, ma sa che le strade del lavoro sono sommerse da code e intasamenti e ciò nonostante tutti devono correre, e non si scorgono aiuole di sosta e corsie d'emergenza. Allora ognuno dovrà prendere e migrare, cambiare strada e deviare, buttare ogni cosa alle proprie spalle, come profughi disperati, per le vie più malfamate. Ognuno per la sua Tahiti e non tornare più.
(riduzione per sacripante! di Luciano Pagano, tratto da Tabula Rasa n. 04, Besa Editrice)
|